domenica 28 ottobre 2012

"Samsara", recensione da "L'isola che non c'era"

Colgo un lampo di luce negli occhi di Antonin Artaud” (Morire d’amore). Il nuovo disco di Alice comincia con una frase folgorante e quantomeno insolita per un disco pop. E immediatamente siamo catapultati nel mondo in bianco e nero della Giovanna D’Arco di Dreyer, nei suoi primi piani che tolgono il fiato, nei suoi dialoghi muti eppure di un’eloquenza disarmante. C’è il dolore, la fotogenia, la poetica espressionista, la spiritualità, l’abbandono, la fede e – soprattutto – l’amore che porta all’estremo dono di sé, di chiaro riferimento cristologico.
Il personaggio di Giovanna D’Arco è tra i più frequentati dagli artisti di ogni tipo, interpretata e rivisitata da secoli, e anche i cantautori nostrani si sono spesso ispirati alla sua figura.  Mino Di Martino, autore di questo brano, ne fa il tema di una canzone in cui porta all’estremo la sua tendenza alla prosasticità. Le strofe sono scarne e prive di rime, le parole semplici e quotidiane. Un’antiretorica che spoglia il testo di ogni orpello e risemantizza le parole ridando loro il giusto peso, per cui non suona ritrita neanche la dostoevskiana sentenza “la bellezza salverà il mondo”, che sintetizza il tema della canzone.
Di Martino firma anche altri brani, tra cui spiccano Come il mare e Autunno già, tratte da poesie di Rimbaud e Verlaine, confermando la sua capacità di adattare i grandi poeti alla canzone, cosa che aveva già fatto per precedenti dischi di Alice. Un’altra presenza d’autore è quella del tandem Battiato-Sgalambro: Eri con me è un bel brano nel loro stile, qui in vena particolarmente apocalittica. Le canzoni composte dalla stessa Alice sono poche ma lasciano il segno, pur senza discostarsi dalla sua poetica abituale. Ad esempio Orientamento è un invito alla consapevolezza e alla crescita interiore sotto una raffinata veste pop.
Una volta abituato il palato a certi prelibati sapori d’autore, possono apparire un po’ sciape le due canzoni di Tiziano Ferro dai testi più calibrati su un vissuto, certo non nuovo, di amore tormentato. Tuttavia hanno un bel piglio energico e ci sembra che in un disco così, che se ha un difetto è da ricercare nell’estrema eterogeneità dei brani, anch’essi diano il loro contributo verso un equilibrio tra pop, canzone d’autore, elettronica, suoni acustici, riferimenti spirituali, dolori sentimentali che questo lavoro racchiude. Inoltre, cosa di non poco conto, valorizzano la voce dell’interprete che è da sempre, sin dai suoi primi successi, a suo agio con le ritmiche e i temi del pop elettronico di autori intelligenti e innovativi (Battiato in passato, Ferro oggi, senza voler istituire nessun improbabile paragone tra i due). In Nata ieri e Cambio casa Alice sembra esprimere un gusto per il canto che ci ricorda i suoi esordi, così come nei due “omaggi” presenti nel disco, i gioiellini di Giuni Russo (‘A cchiù bella) e Lucio Dalla (Il cielo).
In generale in tutto il disco alterna dolcezza e asprezza con una voce sempre piena e penetrante. Impareggiabile ed emozionante sulle note gravi, sa ergersi con potenza e precisione su quelle più alte, rendendo credibile tanto la levità di Al mattino come la sottile ma devastante sofferenza di Autunno già, in cui assume toni persino terrificanti nell’inciso, amplificando e dando letteralmente voce al dolore esistenziale del poeta.
Con questo disco Alice conferma di avere uno stile originale, un tratto che la definisce, una capacità di essere moderna e classica e di sapere comporre o scegliere le canzoni con una grande autonomia dal mainstream commerciale pur risultando in certi brani orecchiabile e, perché no, “radiofonica”. Merito va senza dubbio anche alla produzione di Steve Jansen, Marco Guarnerio, Alberto Tafuri (che la accompagnano anche dal vivo) e soprattutto al gusto di Francesco Messina (basta confrontare la sua versione di Cambio casa con quella pur piacevole di Michele Canova per capire). 
Recensione di Alessia Cassani L’isola che non c’era
Foto-elaborazione di Maurizio Benassi