DINTORNI



ARCHIVIO 2010-2013


>>>>18 giugno 2013
Addio a Claudio Rocchi

"La morte è la porta che guida all'uscita, l'entrata è la vita" - Claudio Rocchi

 

>>>>29 dicembre 2012
Tracey Thorn - "Tinsel and Lights"

Da una vita avrebbe voluto cantare in un disco capace di evocare attraverso la musica tutti i colori, gli umori, i profumi e le sensazioni dolci/amare del suo inverno: il Natale, naturalmente, ma senza anziani vestiti di rosso, senza renne o fastidiosi campanellini. Nessuna cartolina da spot pubblicitario. Piuttosto il freddo interiore e atmosferico di una stagione, di un anno intero che sta per volare via e lascia sempre addosso quello strano, avvolgente senso di attesa e grandi aspettative, puntualmente tradite. E poi la neve, che cade imbiancando le cime degli alberi nei parchi, il becco delle papere nei laghi ghiacciati, l’asfalto dei viali notturni illuminati a festa, mentre tutti sembrano là fuori e tu vedi arrivare gli invitati dalla finestra dell’ultimo piano, quando ancora ogni cosa è possibile.
E’ questo il nostalgico "sabato del villaggio" rievocato dalla cantautrice inglese Tracey Thorn, il disco natalizio che voleva e che finalmente ha inciso, il regalo migliore per i suoi cinquant’anni. Gli intenditori ricorderanno certamente la sua voce soul, così languida, elegante, raffinata: prima con il post-punk delle Marine Girls e, soprattutto, al fianco di Ben Watt nel benemerito duo folk/elettronico Everything But The Girl; poi da artista solista, pochi dischi ma interessanti, inframezzati da collaborazioni di lusso (Style Council, Go-Betweens, Working Week) tra le quali spicca quella con i Massive Attack, ai tempi d’oro del trip-hop.

 "Tinsel & Lights", suo quarto album in proprio, è una collezione di dieci cover, impreziosita da due brani originali. Ed è un disco, va detto subito, da ascoltare tutto l’anno, proprio perché privo di tutta la stucchevole retorica presente nelle uscite a tema natalizio (azzeccata e strategica in questo senso l’idea di mandarlo nei negozi con largo anticipo, così da distinguerlo dagli scaffali infarciti di Mariah Carey, Michael Bublé e Rod Stewart). La scelta del repertorio da reinterpretare non è stata affatto banale, né tantomeno scontata: l’unico autentico standard festivo, un classico da titoli di coda, è "Have Yourself A Merry Little Christmas", immortalata da Frank Sinatra negli anni Cinquanta e ripresa con nuovo tocco femminile.
Tutto ciò che segue e precede è un’eclettica, originalissima alternanza di tributi ad artisti amati dalla Thorn, ben bilanciata tra passato e presente.

Il pianoforte, le tastiere, una chitarra elettrica composta, la sezione ritmica mai ingombrante, giusto un accenno di elettronica in chiusura: questa l’architettura sonora di un album che non strepita cercando il classico coro collettivo da panettone, che non ha nessuna intenzione di suggerire o manipolare le emozioni dell’ascoltatore. Al contrario: il tono quieto, intimista di "Tinsel & Lights" profuma di confidenza individuale: è come se pregasse affinché un fiocco di quelle magiche emozioni, di quelle romantiche illusioni dicembrine, possa tenerci compagnia in ogni altro giorno dell’anno che verrà. Preghiera esaudita.
La musa ispiratrice di "Tinsel & Lights" è Joni Mitchell, e a ben vedere non poteva non essere lei il segreto nome tutelare: Tracey e Joni, Londra e Canada, un oceano di distanza eppure la stessa affinità nel chiamare ogni malinconia per nome, il medesimo talento nel declinare gioiose nostalgie sui tasti bianchi e neri, tra le corde di una chitarra. Su disco la Mitchell è omaggiata da "River", struggente e indimenticabile inno estrapolato dal capolavoro "Blue". La rilettura di questo brano basterebbe da sola a convincere l’ascoltatore scettico. Ma non è finita qui.
Già, perché tra i grandi vecchi c’è anche Randy Newman, con la cover di "Snow", mentre "Hard Candy Christmas" arriva dal canzoniere di Dolly Parton, regina del country americano. Non è tuttavia una parata di stelle degli anni Settanta: nel disco sfilano infatti tanti giovani autori del presente, tutti assolutamente meritevoli: Sufjan Stevens, Stephin Merritt, Ron Sexsmith, Jack White e i Low.  

Ogni palato sembra accontentato.  Arrangiamenti e suoni sono delicati, per lo più acustici.
Non mancano gli archi e i fiati, ma su tutto svetta comunque la sensuale voce della Thorn, valore aggiunto di un lavoro felice, riuscito, di rara caratura artistica. Ariel Bertollo, Ondarock


>>>>17 novembre 2012
Franco Battiato - "Apriti Sesamo"

Ci sono voluti più di cinque anni per tornare ad ascoltare un nuovo disco di inediti di Franco Battiato escludendo dunque le cover di “Fleur 2” , le rielaborazioni della propria arte di “Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti”. Nel mentre, il compositore catanese non è certo rimasto con le mani in mano, dedicandosi a innumerevoli altri progetti, a cominciare dalla titanica opera lirica “Telesio”.
“Apriti Sesamo” ci riconsegna un Battiato combattuto tra la condizione di cittadino indignato dai soprusi della politica e dalle prevaricazioni dell'economia da una parte, e quella dell'artista costantemente proteso alla ricerca di nuovi equilibri morali dall'altra. Se la materia è corrotta, sembra suggerire il compositore catanese, la spiritualità è il luogo eletto nel quale rifugiarsi, oppure dal quale ripartire nel processo di miglioramento del mondo. È questa contrapposizione esistenziale il tema forte che fa di "Apriti Sesamo" un disco che all'indagine interiore affianca la pubblica denuncia, mai così esplicita nelle parole più che in una struttura musicale forse meno irruente ma che non rinuncia alla ricerca e alla sperimentazione. È come se Franco Battiato, dopo averla metabolizzata, fosse riuscito a trascinare l'ira viscerale di “Inneres Auge” a un livello più sublime, nobilitandola attraverso le liriche del primo singolo "Passacaglia" (“viviamo in un mondo orribile”, e ancora “la gente è crudele e spesso infedele, nessun si vergogna di dire menzogna”), scritta a quattro mani con il fido Manlio Sgalambro ispirandosi alla composizione classica "Passacaglia della vita" del sacerdote seicentesco Stefano Landi; e poi nella metafora de "Il serpente", rappresentazione del denaro che "strisciava nelle città d'Occidente” prima dell'avvento dell'“uomo nuovo” che, scoprendo “di colpo l'esistenza del bianco”, rimetterà le cose a posto. Nonostante tutto, la fiducia nell'umanità rimane immutata.Dal punto di vista musicale, “Apriti Sesamo” non si discosta sostanzialmente né da “Dieci Stratagemmi” né da “Il Vuoto”. Il pop non rinuncia alle esplorazioni elettroniche, un connubio che si sposa alla perfezione nel tappeto di “La polvere del branco” e nei tocchi magici della visionaria “Apriti Sesamo”.


Manca la chitarra elettrica, nessuna canzone va oltre i quattro minuti e si avverte un certo ritorno ad accenni lirici e classicheggianti, l'accorato pianoforte che accompagna “Il Serpente” rimanda direttamente a “Povera patria”.“Apriti Sesamo” spalanca le sue porte al disagio della contemporaneità quanto alla ricerca del sublime, infarcendo il tutto di rimandi colti e, com'è consuetudine, poliglotti. In “Caliti Junku”, Battiato spazia dal latino al vernacolo siciliano (“Caliti juncu, chi passa la china”, ovvero “aspetta che passi la piena, verrà il tuo momento”) all'inglese, da arie antiche al pop mescolato con la musica classica. L'eleganza soprannaturale di “Un irresistibile richiamo” rimanda a Santa Teresa d'Avila (“ti saluto divinità della mia terra” è rivolta a Giuni Russo?), il ventiseiesimo dell'Inferno dantesco e il Vangelo compaiono in “Testamento”, il poeta arabo Ibn Hamdis – già incontrato nella rappresentazione teatrale “Diwan” - in “Aurora”, la Sherazade di Rimski-Korsakov in “Apriti Sesamo”, il già citato Stefano Landi in “Passacaglia”, introspettivo sguardo lungo un'intera esistenza (“vorrei tornare indietro per rivedere gli errori, per accelerare il mio processo interiore”). Uno sguardo all'indietro che si fa pop nei ricordi di “Quand'ero giovane”, un'età della quale l'autore siciliano non pare avere troppa nostalgia. Al di là della forte denuncia sociale, dunque, le dieci tracce di “Apriti Sesamo” si spingono spesso e volentieri nel campo dell'intelletto, toccando filosofie, religioni, arti e letterature diverse. È questa la grandezza dell'essere umano, declinata in ogni sua forma, che non si piega alle intemperie dei nostri tempi.
Fabio Guastalla, Ondarock

>>>>16 ottobre 2012
Niccolò Fabi - "Ecco"





Ho iniziato questa recensione quattro volte e per quattro volte ho sentito di non essere sulla strada giusta. Credo che la risposta sia nella dirompente spontaneità che ho trovato in questo disco, il settimo di Niccolò Fabi, difficile da raccontare perché rispondente a una tale ispirazione e urgenza creativa che ogni giudizio ne mangerà la polvere. Ma tant’è. Chi legge si aspetta che gli venga esposto criticamente questo lavoro e allora sappiate che le undici tracce che troverete in “Ecco” contengono - con ottimi risultati - tutta la presenza e la partecipazione sottintese nel titolo. Chi dice “ecco” mostra o porge qualcosa, spesso ha ragione e qualche volta si arrende. Una piccola parola adatta a tante circostanze, così come tante sono le sfumature emotive e sonore che abitano queste canzoni inedite, tutte scritte e prodotte dallo stesso Fabi (con la sola eccezione del singolo di lancio “Una buona idea”, al cui testo ha partecipato anche Stefano Diana). Dicevamo tante sfumature, quindi riflessioni a cascata, sfoghi (“voglio essere indipendente perché solo da indipendente si esiste, si resiste”), narrazioni (“la notte qui è notte davvero, è la madre del buio”), ricordi (“sono stato un bambino bello, o meglio fotogenico”) e sguardi rivolti a una società che manca di collettivismo (“si chiama egomania la nuova malattia di questa società”); cosa che non si può certo dire di questo disco, al quale ha preso parte uno stuolo di amici musicisti di Niccolò: da Roberto Angelini a Pier Cortese, da Andrea Di Cesare a Gabriele Lazzarotti fino a Daniele “Mr Coffee” Rossi, passando per Riccardo Parravicini e Fabio Rondanini. Tre settimane di vita comune negli studi pugliesi di Roy Pacy e il risultato sa di grande impegno, perché l’atmosfera di gruppo si sente; li immaginiamo tutti intorno a Fabi, tutti presenti e partecipi per lui, ognuno con il suo “ecco”. Peccato solo si fatichi a sentirne il senso di festa, a dispetto di una seriosità tipica dei professionisti più attenti.
La modalità di scrittura resta alta, come nella tradizione del cantautore romano, uomo che con le parole ha una certa confidenza e le sa maneggiare con esperienza. Musicalmente aspettatevi del sano pop-soft-rock, dal retrogusto folk, e poi tante ballate e altrettante incursioni: dai fiati di Roy Paci (“Indipendente”) alla banda di Aradeo (“Io), fino all’orchestra di archi dell’APM arrangiata da Stefano Cabrera e chiamata a fare la differenza in “Elementare” e ne “I cerchi di gesso”. 



C’è ritmo in questo disco e c’è pacatezza, ma soprattutto c’è la naturalezza della scrittura – che si avverte sensibilmente – e di conseguenza la bellezza della spontaneità. Due in assoluto i momenti più alti: su tutti la title track, che chiude il disco con una forza interpretativa che non sarà facile replicare, la ruvidità della voce di Niccolò che grida “di certo non ti lascerò mai andare, di certo non ti lascerò sparire, ecco” - legata al suo vissuto personale - ci stordisce e azzittisce. Il secondo momento più godibile è “I cerchi di gesso”, un pop cadenzato, effettato e ricco di archi, complessità che si contrappone alla semplicità del testo che condivide uno spaccato dell’infanzia di Fabi. Non è da meno “Una buona idea”, che già in radio ha saputo anticipare l’alto spessore autorale dell’intero album. Ecco, quello che andava detto è stato scritto, il resto va lasciato alla sensibilità di ciascuno. Paola De Simone, Rockol

>>>> 15 agosto 2012
Patti Smith - "Banga"



C’è ancora spazio per dischi come “Banga”, fatti con modi d’altri tempi, cullati, seguiti finché si deve? Ci deve essere spazio, anche se solo artisti come Patti Smith se li possono permettere, per statura, carisma (e possibilità).
“Banga” è il suo primo disco di inediti in otto anni, da “Trampin’”. In mezzo, “Twelve”, disco di cover, un libro ("Just kids") che ha avuto un successo inatteso, tanti concerti, e tanta Italia. Tanto che a noi potrebbe sembrare incredibile un’assenza di Patti Smith, che in realtà è stata solo discografica.
C’è tanta Italia anche in questo disco: a partire dal libretto - d’altri tempi, davvero - in cui Patti Smith, racconta con dovizia di particolari la lunga gestazione di "Banga" e delle sue canzoni, che han richiesto tempo e dedizione. I primi semi sono stati gettati durante una crociera sulla Costa Concordia - sì, proprio la nave poi naufragata al Giglio: fa un po’ impressione pensare a Patti Smith tra un’animazione e un piano-bar, ma le foto la ritraggono placida sulla plancia a contemplare il mare, quasi fosse una pensionata. E poi due canzoni incise con la Casa Del Vento ad Arezzo, tra cui la lunga suite “Constantine’s dream”, ispirata dalla visione di un quadro di Piero Della Francesca nella città toscana. Patti Smith è tutt’altro che una pensionata, però, e ha sfornato uno dei dischi migliori - se non il migliore - dal suo ritorno a fine anni ’90. Dalle note e dal recitato iniziale di “Amerigo” (dedicata al navigatore Vespucci) al finale con la cover di “After the gold rush” di Neil Young, è un’ora di puro rock, dove la purezza non è un modo di dire, ma uno stato d'animo, un suono.
Canzoni-canzoni cantate con una grazia, un carisma e una forza che han pochi pari: che sian dedicate al disastro nucleare giapponese - “Fuji-san”, uno dei brani più energici del disco; che siano dedicati a icone scomparse - le delicate “This is the girl”, scritta per Amy Winehouse e “Maria”, per Maria Schneider, l’attrice de “L’ultimo tango a Parigi”; che siano dediche indirette come “Nine”, originariamente composta come regalo di compleanno per Johnny Depp. Che siano queste cose o altre ancora, Patti Smith rimane disarmante, anche quando fa cose che nella bocca di altri potrebbero sembrare kitsch (come la frase “This is the wine of the house” nella canzone su Amy Winehouse, o il coretto di bambini sul finale di “After the goldrush”, con il testo modificato per il 21° secolo).


E’ un disco meraviglioso, “Banga”: una meraviglia familiare, ma non per questo meno potente. E grande merito lo si deve alla band, al "direttore musicale" Lenny Kaye che la accompagna fin dagli esordi, che assieme ai suoi musicisti - e a qualche ospite, come Tom Verlaine, che ricama due assoli mozzafiato in “April fool” e “Nine” - cuce attorno ai testi di Patti Smith canzoni semplicissime eppure efficacissime, con strutture fatte di chitarre e poco più, ma con un suono che è l’essenza del rock. A Lenny Kaye si renderà mai merito abbastanza, nascosto com’è dall’ombra gigante della voce e della presenza di Patti Smith.
Insomma, un disco d’altri tempi eppure attualissimo nei riferimenti e nella volontà, anzi nella necessità di essere inattuali per raccontare in modo puro persone, storie, visioni. Una purezza che solo grandi artisti come Patti Smith sanno esprimere e tradurre in grandi canzoni come quelle di "Banga".
Gianni Sibilla, Rockol

>>>>13 agosto 2012
Antony and the Johnsons - “Cut the World”


Antony (con i suoi Johnsons) incontra la musica sinfonica. E il risultato è prevedibilmente incantevole. C’è stato infatti un tour europeo dove il cantautore si è messo a dialogare con diverse orchestre e il settembre scorso è stato registrato il live di Copenhagen, insieme alla Danish National Chamber Music. Gente impeccabile.  La sorpresa è il modo in cui Antony Hegarty si mette al servizio della musica, adattando la sua personalissima voce al contesto cameratistico e orchestrale.
La registrazione, pulita e precisa, raccoglie brani famosi del repertorio antoniano più la title track, presa dal lavoro per lo spettacolo “The Life and Death of Marina Abramovic”.  Il filo conduttore è, manco a dirlo, ecologico. Antony si è preso a cuore il futuro del nostro pianeta e da tempo miagola lamenti e invocazioni panteistiche, al limite dell’animismo. Al di là della volontà messianica però c’è la bellezza, inconfutabile, della musica e di canzoni già immortali, come “You Are My Sister”, “Criple & The Starfish”, “The Crying Light” ed “Epilepsy Is Dancing”. La veste sinfonica, come già accennato, non nuoce alla voce dell’artista. Non la penalizza. Anzi. Antony si fa strumento di contrappunto, accento e abbellimento cromatico, instaurando un rapporto maturo con la partitura e giocando di precisione. Se negli album di studio tutta la musica (ritmica compresa) ruotava intorno ai vortici canori di Antony, qui è il cantante a seguire il coro musicale… E tutto procede con grazia e ordine.

Chi ancora non si è avvicinato al lavoro della band ha quindi un’ottima occasione introduttiva. Gli appassionati e i fan godranno l’esperienza di un’ora di musica perfetta, di nuove vesti per pezzi sicuramente epici e tragicamente teatrali. Con quella voce e quello spirito per sbagliare un album si deve proprio impegnare… “for so long I’ve obeyed that feminine decree/ I’ve always contained your desire to hurt me/ but when will I turn and cut the world?/ My eyes are coral, absorbing your dreams/ my heart is a record of dangerous scenes/ my skin is a surface to push to extremes/ but when will I turn and cut the world?”
recensione da:  Music Addiction


>>>> 4 giugno 2012
Paul Buchanan - "Mid Air"

Paul Moore arrivò con la sua jeep Mercedes, caricò tutta la strumentazione che ancora giaceva nella casa-studio di Paul Buchanan e quando ebbero finito voltò il suo sguardo chiedendogli: "È tutto qui? Non c'è altro?". La sua risposta fu priva d'emozioni: "Non c'è altro da dire, è tutto qui". L'avventura dei Blue Nile era ormai finita.
Dall'esordio del 1984 "A Walk Across The Rooftops" la band scozzese aveva riscritto l'estetica del romanticismo, rinunciando all'accattivante gioco della purezza e della verità e spostando la prospettiva in cerca delle contraddizioni e delle ambiguità dell'animo umano. L'impetuosa progressione quasi sinfonica della loro musica si era trasmutata in canzoni prive di spazi ben definiti, ma comunque autonome e ricche d'identità.
Come il Nick Drake di "Pink Moon" o i Talk Talk di "Spirit Of Eden", Paul Buchanan aveva costantemente inseguito il suono del silenzio situato tra le pause armoniche per creare un nuovo archetipo di musique concréte.
"Mid Air" è il primo lavoro solista del musicista scozzese, anche se molti considerano (non a torto) "Peace At Last" il suo primo vero solo album. Tredici brani e uno strumentale tratteggiati da pianoforte, sample e la voce evocativa, trasformata in un respiro o più spesso in bisbiglio, mentre la musica usa uno spettro di luce sempre più ampio per estrarre infinite sfumature da una sola unica nota.
È una musica che ha il sapore del primo mattino, l'attimo indefinibile che raccoglie il boato dei pensieri e delle emozioni di una dura giornata. Buchanan aveva promesso un album pieno d'ottimismo, ma i fan dovranno attendere, perché "Mid Air" mette in fila le disillusioni e il peso greve dell'esperienza per poi far germogliare una speranza.
Ancor più eterea e impalpabile, la musica racconta quattordici variazioni emotive su pochi cenni armonici, senza mai conoscere le tentazioni della noia e dell'autocompiacimento. La fragilità delle schegge sonore si raccoglie in corpi legnosi, creando nuove energiche suggestioni.
È un nuovo inizio, "Mid Air", ricco dello stesso fascino incorrotto del primo album dei Blue Nile ma con un tono più umile e poetico; Paul Buchanan riesplora i flussi emotivi di brani come "Eastern Parade" o "Family Life", ma sono brevi photo-frames che non superano i tre minuti, una celebrazione eucaristica che saluta una rinascita spirituale che spesso suona come un epitaffio.                          
Anche le suggestioni letterarie sono frammentate e prive di morale finale, quasi a segnare nuovi confini a un'ispirazione che non cerca nuove sonorità, ma ne reinventa i contorni.
Non c'è alcuna rivoluzione sonora o timbrica, sono già note torch song capaci di dare vita a infinite sfumature cromatiche di una musica intensamente romantica e passionale, in una frustante ricerca dell'essenzialità che spinge la voce verso un centro emotivo quasi impalpabile. La tromba di "I Remember You" e gli archi a scaglie e le intrusioni di synth e piano di "Buy A Motor Car" sono le stesse dei primi due album, tutto sembra appena accennato ma sorprendentemente più definito e armonico. Ogni nota, ogni parola riecheggia e cresce fino a diventare poesia.
Piano e archi conducono la dolcezza di "Two Children", sfidando la voglia di un refrain pop nell'ipnotica "Summer's On Its Way", mentre le semplici armonie della title track realizzano l'archetipo perfetto per introdurre l'ascoltatore nel mondo di Buchanan. La pioggia, la solitudine di un'alba grigia si trasformano in ispirazione per una poesia sempre affine ma mai immutabile, ed ecco "Cars In The Garden" e "Newsroom" definire i tratti delle canzoni che conquisteranno chi conosce i pochi segreti della musica dello scozzese.
Nella variazione infinita della sua sinfonia da primo mattino, Buchanan raggiunge vertici lirici nuovi nella struggente "My True Country" e nella conclusiva "After Dark", nella quale sembra che la stanchezza e la rassegnazione s'impossessino della sua voce, come se dopo aver invocato per ore l'ascolto della persona amata e perduta sia scomparsa anche quella voglia di gridare "I love you".
"Mid Air" è la prima sinfonia del terzo millennio. Gli elementi neoclassici e le rarefazioni strumentali vibrano su toni e semitoni che tracciano un ponte con Debussy e Satie, dando linfa vitale per la musica a venire. Ancora una volta, Paul Buchanan lastrica la strada per tutti coloro che racconteranno i sentimenti e le ansie della gente comune; cosciente che anche stavolta non sarà lui a raccogliere gli onori e la gloria resterà lì, a mezz'aria, sperando comunque che questi preziosi frutti non vadano dispersi.
P.S. Disponibile anche un'edizione deluxe con altri dieci inediti.
recensione di Gianfranco Marmoro - Ondarock

                                       

 >>>> 4 dicembre 2011
Kate Bush, "50 Words For Snow "
Elogio dei ventosi inverni,  recensione di Antonello Saeli


Prendetevi tempo, sprofondatevi comodamente nella vostra poltrona preferita, copia dell’album di Kate in mano, e mettete a tacere la mente, mentre languidamente scivolate nelle acque profonde di questo lavoro incredibilmente maturo, a tratti ipnotico, che può generare pericolosa assuefazione alla bellezza.
   Basterebbe anche solo guardare alle immagini che illustrano ognuno dei sette brani, selezionate con cura sopraffina, per perdersi nel costante cadere dei fiocchi, dentro alle sfere di cristallo che avrebbero potuto essere create per visualizzare ogni pezzo. Attenti, questo è solo il primo di una serie di viaggi a ritroso, il primo di una sentimentale serie di salti indietro nel tempo, verso i silenziosi misteri dell’infanzia, le domande senza risposta del processo del crescere, i fascinosi miti dei giorni della nostra innocenza.
   Senza dubbio, c’è un forte senso di perdita e di transitorietà dell’esistenza che attraversa questo disco, un motivo ricorrente esplorato a fondo, sia musicalmente che nelle liriche, che rende il processo di ascolto questione impegnativa, ma senz’altro ripagata in termini di partecipazione emotiva e personale.
   La distinta personalità del disco reclama attenzione, spesso in modo sommesso ma testardo, non concedendo spazio a distrazioni, e conducendo l’ascoltatore per mano lungo il solitario viaggio attraverso il romantico, a tratti idillico, paesaggio del romanzo gotico vittoriano, le adulte reinterpretazioni di giochi d’infanzia, storie d’amore perse nel turbinio spazio temporale o distanti territori abitati da creature mitiche. La maggior parte di questa materia incredibilmente varia, nasconde spesso significati metaforici celati con cura, ma le canzoni funzionano benissimo all’interno di entrambi i territori, mettendo in evidenza ancora una volta le rinomate doti di Kate, nel saper giocare con la multiforme struttura delle sue creazioni.
   ‘Snowflake’ apre il disco col dettagliato racconto del breve, ma significativo, arco di vita di un singolo cristallo, lungo il percorso verso l’inevitabile disfarsi fisico al contatto col suolo. Come accadde per il brano di apertura di ‘A Sky of Honey’, quella del figlio di Kate è la prima voce umana a dare il benvenuto all’ascoltatore, in un certo senso confermando un forte tratto d’unione tra ‘Aerial’ ed il nuovo lavoro, che suona in molto come l’equivalente invernale del suo estivo predecessore. La voce di Albert è puro cristallo, molto reminiscente delle incursioni vocali acute della madre, dei suoi lavori iniziali. Le ripetitive sezioni di piano, perfettamente bilanciate dalla reiterata strofa di Kate nel chorus, sono solo i primi chiari accenni all’approccio minimalista che contraddistingue l’album, in molti degli arrangiamenti.
Questo nuovo disco appare in molti sensi come il più definito approccio alla composizione classica per Kate, con distinti riferimenti alla sacra, come negli interessanti pezzi corali di Benjamin Britten, Mendelssohn-Bartholdy o Arvo Pärt, e ‘Lake Tahoe’ sintetizza in modo magistrale l’evidente ricerca sperimentale della Bush all’interno di territori relativamente inesplorati, e diametralmente opposti al pop, rendendo il terzetto di brani iniziali un unico, solido componimento credibile, la sua personale sinfonia. Da un punto di vista più lirico, la triste storia commovente dei due personaggi in ‘Lake Tahoe’, che vengono riuniti nell’aldilà, ricorda da vicino il capolavoro della Brontë, a prova della ricorrente natura circolare di alcuni tra i temi preferiti dall’artista britannica, incluso la fascinazione per le distese d’acqua.
Misty’ sembra sviluppare, espandere e liberare quelle belle atmosfere jazz, già esplorate in un paio di brani di ‘A Sky of Honey’. Sebbene tematicamente rischioso, il brano non cade mai nel risibile pastiche, danzando mirabilmente sulla superficie gelata di un lago, evitandone con cura le zone crepate e pericolose. Il grido finale della protagonista suona incredibilmente reale, e l’immagine finale del suo corpo proteso sul davanzale, così scura e premonitrice. Come già accadde con computers, lavatrici e cloudbusters, i pupazzi di neve non sono mai state creature tanto affascinanti.


   ‘Wild Man’ è una sfida nel testo, in un pezzo musicalmente avventuroso. Il brano suona un po’ come la naturale evoluzione del tema già esplorato in ‘King of the Mountain’, con quel suo racconto appassionato di una creatura mitica che vive un’esistenza solitaria sulla neve, lontana dal mondo ‘civilizzato’, immersa nel silenzioso candore della natura selvaggia. Il brano modifica di netto l’andamento musicale dei tre pezzi precedenti, aprendo la pista ai due pezzi successivi, con cui condivide qualità ritmiche notevoli.
   In più di un senso, ’50 Words For Snow’ esplora con successo diverse atmosfere attorno al suo tema centrale: i suoni ovattati provenienti dal mondo esterno, mentre si sonnecchia davanti al camino, accanto alla folle discesa lungo i fianchi innevati della montagna, i giochi infantili in giardino, con i più piccoli persi alla vista della perfetta bellezza di un cristallo sul palmo di una mano, accanto alla folle corsa in slitta, così magnificamente ritratta nella ritmica title track.
   La voce di Kate gronda emozione come sempre, in particolare nelle più lente e intime composizioni al piano, in cui il registro più basso raggiunge vette innevate di incomparabile bellezza, come nella struggente ‘Among Angels’, che così tanto sembra provenire dagli stessi abissi di ‘A Coral Room’.
   A dispetto del suo tema invernale, l’album non è mai glaciale o freddo, anche nelle più minimaliste strumentazioni. Al contrario, si avverte un generale senso di calore proveniente dalle performance degli artisti coinvolti, in particolare nei vocals di Kate, la cui voce sembra fondersi in modo celestiale con le percussioni gentili e l’intimo piano.
   Ancora una volta Kate conferma di sapere raccogliere tempeste di ovazioni, col sublime e delicato tocco del suo personale mondo in miniatura.

>>>> 2 dicembre 2011
"Telesio", la nuova opera di Franco Battiato


Telesio: Giulio Brogi
Sopranista: Paolo Lopez
Voce femminile: Divna Ljubojevic Stankovic
Seconda voce maschile: Juri Camisasca
Royal Philharmonic Orchestra  & The London Baroque Choir
Direzione d’orchestra: Carlo Boccadoro

Franco Battiato è un personaggio costantemente all’attivo che si muove ormai da decenni sulla via della sperimentazione. Il 29 Novembre, è stato pubblicato “Telesio” che è una opera in due atti più un epilogo. Il prodotto è disponibile in due versioni “Box deluxe” in tiratura limitata e un cd audio in confezione speciale.
Telesio” è la quarta opera di Franco Battiato e si presenta ancora una volta come una nuova strada, un tentativo di consapevolezza e unisce diverse tipologie di elementi: ispirato alla vita del filosofo cosentino Bernardino Telesio, l’opera è nata dalle intenzioni del direttore artistico del Teatro di Cosenza che l’ha commissionata  a Battiato,  in occasionedel cinquecentenario della nascita del filosofo.
L’opera è un lavoro a più mani per il quale Franco Battiato ha curato le musiche mentre Manlio Sgalambro, amico fraterno del cantautore, si è occupato del libretto che accompagna l’opera. Lo spettacolo ha avuto  la sua prima a Maggio ma solo oggi  esce il DVD del prodotto.

Ricordiamo che le coreografie dello spettacolo sono state curate dalla coreana Sen Hea Ha, considerata una delle più accreditate. Lo spettacolo, assolutamente innovativo venne presentato qualche tempo fa da Battiato che ha detto:
Questo nuovo lavoro per soli coro e orchestra sarà totalmente virtuale. La scenografia, l’attore che interpreterà Telesio, i danzatori e i cantanti, saranno degli ologrammi mentre l’orchestra naturalmente suonerà dal vivo. Ho scelto l’olografia, invece di una tradizionale rappresentazione scenica, per vari motivi: la stanchezza di una stantia situazione scenica da una parte e l’ambiguità dell’illusione, il “come se”, dall’altra. Quando capisco o so che quell’essere che si muove in palcoscenico, che parla, canta, o danza, è un ologramma, mi affascina ancora di più. Si aprono, secondo me, possibilità e scenari inimmaginabili.
L’orchestra Philharmonia Mediterranea di Cosenza è stata diretta dal Maestro Carlo Boccadoro, anche in questi casi uno dei nomi più accreditati nel suo campo. Gli elementi di questo prodotto d’opera sono fondamentalmente tre: la musica, curata dal Maestro, lo spettacolo nella sua profonda originalità e il libretto che vuole fungere da ricapitolazione per la vita stessa di Bernardino Tesio e una spiegazione molto personale dell’opera stessa, messa in atto da Franco Battiato e i suoi collaboratori.

>>>> 6 agosto 2011
Immagini tra le note: intervista all'art designer Francesco Messina
di Antonio La Monica

Francesco Messina - nato a Udine il 18 agosto 1952 - è visual designer e musicista. Con il suo Polystudio di Tricesimo ha progettato per società editoriali (RCS Libri, Bompiani, Rizzoli Larousse, Electa, Mazzotta, Charta, Marsilio), per case discografiche (Emi, Polygram, Warner, Universal, CGD, Sony). Ai progetti di immagine, per le maggiori case discografiche italiane ha alternato l'attività di produttore lavorando principalmente con Alice (di cui è anche compagno sin dagli anni 80), Eugenio Finardi, Devogue e Franco Battiato con cui ha anche realizzato i progetti editoriali de L'Ottava (dischi con la Emi Italiana e libri con Longanesi). Ha lavorato inoltre per musei, teatri, giornali e numerose istituzioni culturali. Note rubate ad internet ma necessarie per introdurre una persona dall'intelligenza davvero stimolante.

Quando ha iniziato a lavorare in qualità di grafico per i progetti di immagine relativi a prodotti musicali e cosa ricorda di quei primi passi?
"Certe cose, in particolare quelle che ti sono più familiari, ti sembra di averle fatte da sempre. Quando, dopo la maturità sono andato a Milano ad Iscrivermi all'Istituto Europeo di Design, mi sono presentato con una serie di copertine autoprodotte per musicassette che registravo con gli amici. Poi magari c'è la data della prima copertina progettata per un disco edito da una grande compagnia, ma anche questo, visto da lontano è solo un passo dei tanti. Si mescolano il ricordo dell'entusiasmo per l'occasione avuta e una visione fortemente autocritica per l'ingenuità di quei primi lavori".
Come è cambiato il modo di lavorare in virtù del suo percorso professionale e degli sviluppi tecnologici oggi a sua disposizione?
"Andando dritti al centro della questione suggerisco di guardare allo straordinario sviluppo tecnologico come ad un'arma a doppio taglio, o alla solita moneta con due facce. Per me qualsiasi autonomia regalata ad un progettista dalla tecnologia è semplicemente fantastica, una manna. Il problema nasce però quando il committente pensa che le macchine possano velocizzare tutto, anche il processo creativo.  Quello invece sta ancora nella tua testa, e non ha nulla a che fare con il trattamento digitale delle immagini. Un Mac con i softwere  giusti aumenta l'autonomia operativa e i migliora i tempi esecutivi, ma le idee da elaborare hanno bisogno del loro tempo. L'intuizione più veloce è solo il frutto della più lunga delle incubazione. Pensaci, è una faccenda che riguarda i saperi impliciti, non quelli espliciti. Quindi, se è vero che perdere troppo tempo per un progetto non serve, è anche vero che ci vuole un po' di tempo per "entrare"nel cuore del progetto sonoro che si dovrà rappresentare".
Quanto influiscono i tempi, le mode e le correnti artistiche nella creazione di un buon prodotto?
"Molto, anche il 100% se sei assillato dalla preoccupazione di correre dietro a qualcosa che continua a sfuggirti perché cambia continuamente. Molto poco se hai sviluppato un percorso di stile personale. Quello si aggiorna da solo, giorno dopo giorno, non ha bisogno di update quando devi affrontare un progetto; quel momento sarebbe già tardi, metterebbe ansia. La questione dello stile deve precedere l'atto della committenza: bisogna sentirsi sempre pronti, chiarendo a se stessi e agli altri che si ha voglia di affrontare una nuova esperienza".

Sono in molti gli amanti della musica a rimpiangere il formato dei 33 giri, se non per la qualità audio, per quello che riguarda la bellezza grafica dell'oggetto. Crede che con l'avvento del CD si sia perso qualcosa in termini di estetica, o la sfida per l'art designer resta ancora stimolante?
"Ma sai, quando si è presa coscienza del fatto che si sarebbe, con il cd, lavorato in un formato più piccolo, nel mondo anglosassone le case discografiche si sono scatenate alla ricerca di maggiori apporti creativi applicando una formula semplice: meno spazio = servono più idee. Io ricordo di essere stato chiamato da un direttore artistico della Emi che molto laconicamente mi disse che a fronte del nuovo piccolo formato delle future copertine, ci avremmo dovuti concentrare sull'uso di ritratti dell'artista piuttosto ravvicinati e un lettering molto semplice. Paese che vai. Comunque non credo che negli anni in cui era in uso il vinile si siano fatte tante fantastiche copertine perché il formato era grande. Era l'aria che tirava di quei tempi a farle "grandi". Ma capisco bene chi oggi ama il vinile".
Quali sono le fasi di progettazione per la realizzazione di una copertina di un CD-LP?
"Per me la fase era, e resta, una sola. Quella legata al momento in cui capisci che hai trovato la soluzione. Diciamo che la fase due, più o meno lunga, è quella in cui la devi difendere".
Quanto e in che termini il contenuto del disco può influenzarne il progetto grafico? (penso alla carta vetrata in "Dieci stratagemmi" o alle raffinate immagini per i lavori di Alice)
"Certo (fai bene a tirar fuori l'argomento) il genere di composizioni con cui hai a che fare sicuramente influenza il processo creativo, ma guarda che a volte le cose girano diversamente. Se lavori all'interno di un mercato ben definito, almeno un po' delle sue regole le devi accettare. L'ambito commerciale ha i suoi principi, puoi lottare per cambiarli ma non far finta che non esistono. Intendo dire che a volte può succedere che per un disco non troppo commerciale sia meglio per tutti pensare ad una copertina affascinante, o esattamente al contrario, un progetto musicale più facile potrebbe essere "nobilitato" da una copertina molto raffinata: Dipende da come ti poni come progettista: vuoi rappresentare visivamente il contenuto? vuoi invece far parte del progetto ed aggiungere un elemento visuale alla musica? Sono due atteggiamenti diversi; io preferisco il secondo".
Lei scrisse a proposito di un disco e del percorso artistico di Battiato: "non si può mostrare ciò che si è, si mostra solo ciò che gli altri possono vedere". Crede che la stessa regola possa valere anche per i lavori grafici?
"Credo continui a valere per qualsiasi cosa. Se porto lo stesso lavoro a dieci persone diverse, ci vedranno dieci cose diverse. Per questo lavorare per la musica resta bellissimo. Anche se hai chiaro chi sono il committente e il destinatario, le varianti sono ancora tali da farti pensare che è meglio concentrarsi sulla musica, e al diavolo tutto il resto. Sia chiaro non ci sono controprove. Come diceva Stanislav Lem in Solaris: qui non ci sono risposte, ma solo scelte. Bisogna solo vedere se te le lasciano fare. Nel campo del design il committente è importante. Castiglioni diceva che qualsiasi progetto ha un padre e una madre: il progettista e il committente. Il problema è capire le forze in campo, capire se il committente è l'artista o la casa discografica. Poi, certo, ci sono anche dei normalissimi progetti di natura molto commerciale, anch'essi bellissimi da fare, che chiedono un atteggiamento professionale molto serio ma molto più lineare per il quale non serve tirar fuori questo tipo di problematiche".
Quanto è importante l'uso di un font nei suoi lavori? Come sceglie, insomma, i caratteri di testo che andranno a comporre parte del suo lavoro?
"Si tratta di un aspetto fondamentale del lavoro di un grafico. Anche quando si sceglie il font (solo) apparentemente più anonimo o lineare si compie un gesto importante. Dietro l'evoluzione (o l'involuzione) della scrittura ci sta lo stato di salute di una civiltà, della cultura di un popolo. O perlomeno è l'espressione di una società. Ma se ci pensi, la faccenda vale anche per i suoni".
Ha mai comprato un disco solo in virtù di una bella copertina? Quanto può incidere, al di là di tutto, un buon progetto grafico per il successo di un prodotto musicale?
"Ho fatto di peggio. Avevo migliaia di dischi e tenevo quelli che mi piacevano dentro le copertine che mi piacevano, ma questi scambi si rivelarono disastrosi, quando non ricordavo più le combinazioni. Ad ogni modo resto convinto che solo dei progetti musicali di nicchia possano soffrire o essere favoriti molto dalla qualità della copertina. Il resto riguarda un atteggiamento personale, fortemente etico e a suo modo quindi progettuale: le cose nella vita vanno sempre fatte bene, con divertita serietà. Il bagno di assoluta volgarità e massimalismo in cui siamo sommarsi in questi anni non deve per principio suggerire atteggiamenti rinunciatari. Ripeto le cose vanno fatte bene, con rispetto. In attesa di tempi migliori".
Da "Prati bagnati del monte Analogo" al progetto "Devogue" lei ha sempre percorso un cammino artistico fuori dalle correnti ed in anticipo, in certi casi, sulle mode imperanti. Dove sta andando la musica oggi? Lei la seguirà o è già in cerca di nuovi territori sonori?
"Non ne ho mai avuto la più pallida idea: hai ragione il tempismo non è il mio pezzo forte. Figurati se ne capisco di più adesso! Qui il problema però non è la direzione in cui guardare, ma il vento che non soffia. Recita il detto: quando non c'è vento nemmeno il capitano può farci nulla. La nave mi pare un po' impantanata. Ma poi c'è sempre la musica classica con cui consolarsi. Ma no bisogna perdere la voglia di annusare un po' l'aria, che prima o dopo potrebbe anche cambiare. Ma molto dopo, credo. Intanto vedo questo  come un periodo di grandi compilazioni, mentali e sonore: utilissime per imparare a buttar via un sacco di cose mediocri che bizzarri motivi di gente altrettanto curiosa aveva indotto a sopravvalutare. Per la cronaca, limitandosi a campi ristretti, adesso trovo qualcosa di interessante nel new folk. Strumenti acustici molto originali mescolati ad una elettronica discreta, intelligente".
Il tema del mese di questa rivista è l'immagine. Quali pensieri associativi (e non) evoca in lei questa parola?
"Non dovrei essere io a dirlo, dato che sono del mestiere, ma ci vorrebbe una sana ridimensionata generale. Solo per reazione naturale, sintomo di semplice ordinaria vitalità, viene voglia continuamente di vedere qualche pagina bianca e ascoltare un po' di silenzio. Va bene, siamo nell'epoca della comunicazione, non possiamo farci nulla, ma questa è bulimia al massimo stadio. Anche internet! Fantastico, ma è come Mercurio: i messaggi li porta, mica li legge. Allora direi che dovremmo ricominciare a leggere (o rileggere) bene. Poi il numero di immagini e suoni necessari sarebbero meno. Ma forse qualitativamente migliori. Capisco, il finale è un po' moralista, ma non posso farci niente".

>>>> 4 luglio 2011
Memories of Machines
Warm Winter
recensione di Stefano Fasti da: Storia della Musica 

La musica a volte esiste non solo come arte in sé, ma come possibilità di espressione del proprio stare al mondo, nella modalità più aderente alla propria essenza. Memories of Machines in tal senso, non è solo il progetto che unisce due anime artistiche (per certi versi affini, per altri differentissime), ma è anche il veicolo attraverso il quale un comune senso di appartenenza ad una idea di musica si fa tangibile, divenendo manifesto. Per capire a quale idea, a quale ideale si stanno richiamando i due artefici dei Memories of Machines è sufficiente scorrere, anche per sommi capi, il loro curriculum vitae. Tim Bowness è stato fondatore, insieme a Steven Wilson, di quei no-man che tanto hanno dato ad una storia della musica, minore solo per gli stolti che si appagano con i nomi di tendenza, che li ha annoverati fra i principali protagonisti di quel processo di evoluzione e di evaporazione del pop che tanto caro fu agli ermi colli di proprietà dei Talk Talk.
Giancarlo Erra è invece l'ideatore dei Nosound, band italiana che, attraverso il crescendo costituito dai loro tre album (culminato in quella gemma di "A Sense of Loss" del 2009), ha tentato di sublimare al meglio tanto l'esperienza dei primi Porcupine Tree (quelli maggiormente dediti alla riattualizzazione dei Pink Floyd più liquidi e sognanti), quanto le atmosfere crepuscolari dei Bark Psychosis, fondendo elementi di quell'elettronica ambientale ideologizzata da Brian Eno e aspirazioni di quel "post-rock di ampio respiro" così perfettamente espresso dai Sigur Ros dei primi tre dischi. Era in un certo senso prevedibile che, dopo il breve ma intenso tour italiano del 2006 in cui Tim Bowness è stato ospite dei Nosound (e durante il quale vennero eseguiti dei brani dei no-man che da tanto tempo non avevano avuto una veste "live"), qualche collaborazione fra i due sarebbe seguita: e così, sebbene il progetto Memories of Machines fosse stato ufficializzato ormai da un paio di anni, solo in questo 2011 trova la forma definitiva, principalmente a causa della cura maniacale del cantante inglese.
"Warm Winter" è opera raffinatissima che si ricongiunge idealmente al capolavoro dei no-man "Returning Jesus" (2001), ma indulgendo maggiormente verso la forma di "ballad elaborata" che tanto sta a cuore a Bowness (come anche ai L’Altra). Sicuramente si tratta di un lavoro ben diverso dal suo disco solista "My Hotel Year" (uscito per la One Little Indian nel 2004) al quale quei geniacci dei tedeschi Centrozoon avevano provveduto a dare una impronta più marcatamente elettronica. Qui invece Bowness deve essersi sentito libero di ricorrere in toto alla sua complessa sensibilità di crooner post-moderno, certo di poter contare sulle doti compositive, strumentali e produttive di Giancarlo Erra. Ogni brano tratteggia tanto i punti in comune, quanto quelli divergenti (questi palesi a chi approfonditamente conosce le due personalità): "Warm Winter" è certamente il frutto di un compromesso, che nella sua gestazione deve aver annoverato momenti di grande affinità e frangenti di conflittualità. Ballad perfette come Change Me Once Again, Lucky You Lucky Me (con ricercatissimo assolo di chitarra in chiusura a cura di Steven Wilson) o Beautiful Songs You Should Know esistevano da molto tempo e attraverso una continua mutazione di pelle hanno raggiunto la compostezza estetica verso la quale il loro canone musicale aspira. Brani dalla marcata vena tardo-floydiana come Before We Fall (che avrebbe potuto fare a meno dei cori femminili) e Schoolyard Ghosts (uno tra i momenti più riusciti di "Warm Winter") trasudano una modalità di assorbimento di quella esperienza musicale senza partorire sterili clonazioni sonore.
Le concrete suggestioni del pezzo da novanta, Lost and Found in the Digital World, a firma congiunta di Bowness / Erra / Robert Fripp rivela come il concetto di musica generativa elaborato dal genio del Maestro in cremisi possa fondersi a livello molecolare con le dilatazioni vaporose alle quali il tutt'altro che dinamico duo tende a ricercare, creando un impatto emotivo di rara intensità. Gli esiti più felici di un album che ha tra le sue finalità la prosecuzione del sentiero segnato dai no-man, si hanno nella sintesi fra poesia dell'anima e compiutezza formale incarnata dalla title-track (con un lirico assolo di chitarra elettrica di chiara matrice gilmouriana), nella introspezione, meditabonda e struggente, di Lucky You, Lucky Me, nella citata Schoolyard Ghosts, nell'apocalisse minimale della conclusiva At The Centre of It All (che più di tutte ricorda i panorami sonori dei Nosound e alla quale Peter Hammil contribuisce suonando le chitarre).

Vale la pena di scorrere la lista degli ospiti, oltre ai già nominati Fripp, Wilson e Hammill, per completare un quadro d'insieme che permetta di comprendere cosa rappresenta questo "Warm Winter" prima che la sua musica giunga alle vostre orecchie: Marianne de Chastelaine (al violoncello su Beautiful Songs You Should Know e At The Centre of It All), Jim Matheos dei Fates Warning e degli OSI (chitarre su Schoolyard Ghosts), Colin Edwin, bassista dei Porcupine Tree, Huxflux Nettermalm, fantasioso batterista dei Paatos. Ed è da segnalare la presenza in blocco della penultima line-up dei Nosound in gran completo. Steven Wilson, oltre ad essere protagonista di alcune parti di chitarra e tastiere (è ovviamente ad appannaggio di Giancarlo Erra la stragrande responsabilità nei confronti di questi strumenti), assolve all'importante compito del missaggio. Che deve essere stato non poco complesso vista la lunga lista di contributi da amalgamare.

Warm Winter" è un album a cui difficilmente potrà sottrarsi chi già segue i tanti nomi evidenziati nel corso di questa recensione. Ma anche chi pensa di essere stato toccato nel vivo delle proprie intime divagazioni sonore, (ri)trovandosi nella geografia emozionale che si è cercato di descrivere, troverà molti toponimi in comune a quelli dei girovaghi del sogno e della realtà trasfigurata dalla poesia. Qui si va piano e il paesaggio che scorre dai finestrini va degustato di chilometro in chilometro, facendo parte integrante di quella musica che li evoca.  Avrete capito dunque che amare un album come questo significa riconoscersi alcuni prerequisiti di indole e di sensibilità. Oppure avere una sana predisposizione a lasciarsi cogliere da quello stupore a cui solo la musica può indurre.



>>>> 4 gennaio 2011
Mick Karn

E' scomparso, a Londra, Mick Karn, bassista e tastierista dei Japan: l'artista, da tempo malato di cancro, è spirato nella propria abitazione, nella capitale britannica, dove era giunto ieri dopo essersi sottoposto alle ultime cure. Sul suo sito ufficiale è stato pubblicato il seguente messaggio:
"It's with profound sadness that we have to inform you that Mick finally lost his battle with cancer and passed away peacefully at 4.30pm today, 4th January 2011 at home in Chelsea, London. He was surrounded by his family and friends and will be deeply missed by all".

 


Chiedete a qualunque bassista chi siano i suoi bassisti preferiti e probabilmente tra questi sarà compreso Mick Karn. Molti infatti hanno intrapreso la carriera di bassista grazie al suo modo di suonare. In Giappone lo hanno definito "the God of bass guitar", la sua influenza musicale è indiscussa, ha cambiato il modo di ascoltare e suonare il basso per le generazioni a venire.
Mick Karn è emigrato a Londra da Cipro (dove è nato il 24 luglio 1958 con il nome di Anthony Michaelides, poi naturalizzato britannico) quando aveva 3 anni e sin da piccolo cercava modi per esprimersi. Ha cominciato a suonare l'organo cromatico a bocca quando aveva 7 anni e poi il violino a 11, prima di suonare il fagotto con l'orchestra della scuola e in seguito di essere scelto come membro della London School Symphony Orchestra.
Dopo un concerto trasmesso su Radio 4 il fagotto gli fu rubato mentre tornava a casa. La scuola si rifiutò di comprargliene un altro e così, per dispetto a quella decisione, si comprò un basso da un compagno di scuola per 5 sterline. Così finì la carriera di Mick Karn nella musica classica, ma questo fu il primo passo per diventare uno dei principali bassisti del mondo. Mick aveva finalmente trovato quello che stava cercando, un modo di divertirsi suonando uno strumento senza che gli venisse insegnato come fare. A quel tempo aveva già fatto amicizia con gli adolescenti David Sylvian e il suo fratello minore Steve Jansen, che stavano entrambi imparando i loro rispettivi strumenti, David una chitarra acustica e Steve i bonghi. Sembrò naturale in seguito per David passare alla chitarra elettrica e Steve alla batteria, in modo da poter formare un gruppo e uscire dai confini del sud di Londra. Quello era il piano e un mese dopo suonarono per la prima volta come Japan il 1 giugno 1974 quando Mick aveva solo 15 anni. Nei successivi due anni si concentrarono su come sviluppare un proprio stile, provando insieme tutti i giorni. Mick preferiva non ascoltare altri bassisti ma approcciare il basso come un nuovo strumento, rifacendosi a quello che aveva imparato prima con il fagotto e il violino (entrambi strumenti che suonano spesso la melodia principale) e decidendo di togliere i tasti dal basso (come Pastorius). Mick si imbattè in Richard Barbieri (un altro amico di scuola) una mattina che lo invitò ad una delle sue prove giornaliere. Richard volle unirsi subito al gruppo, dato che avevano bisogno di un tastierista e non era importante che non avesse alcuna esperienza musicale perché aveva un lavoro sicuro in banca e divenne la loro principale fonte di reddito per le attrezzature della band. Poco dopo Richard scoprì i sintetizzatori e fu in grado di dare il suo contributo alla band in modo originale. I Japan erano ora un gruppo di quattro elementi pronti a cercare un altro chitarrista (Rob Dean) e un management che li portò al loro primo contratto discografico con la Ariola/Hansa nel 1977 e in seguito a realizzare il loro primo disco, "Adolescent Sex" nel 1978, a cui seguì "Obscure Alternatives" nello stesso anno. Il punk rock era al suo apice e come reazione ad esso, i Japan decisero di non essere visti come parte della scena di moda e così andarono nella direzione opposta, creandosi il loro proprio look con lunghi capelli tinti e trucco. I tour in Europa e Stati Uniti li videro suonare di fronte a platee ostili, non furono ben accolti, con l'eccezione del solo Giappone dove diventarono immediatamente il gruppo straniero numero uno e da quel giorno esercitarono un'influenza duratura, sia musicale che estetica.
Le cose cominciarono a cambiare dall'epoca del loro terzo disco, "Quiet Life" del 1979, quando il punk non era più dominante e il suono dei Japan era cambiato profondamente.
Mick portò sassofoni e clarinetti negli arrangiamenti, e sembrò ci fossero una serie di band simili (come suoni e look) che stavano emergendo in Gran Bretagna in quel momento: Duran Duran, Spandau Ballet, ABC, solo per citarne alcuni. I Japan furono considerati gli anticipatori di un nuovo suono e di una nuova era musicale, i New Romantics. Per loro questo significava semplicemente che era tempo di muoversi, ancora una volta, e di lasciare gli altri dietro. Dopo il celebre "Gentlemen Take Polaroids" del 1980 arrivò il capolavoro con il loro quinto album "Tin Drum" del 1981, un misto di pop cinese che unito al loro tratto distintivo ne fece un lavoro davvero interessante e originale. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo album in studio dei Japan, che avevano sempre anticipato i loro tempi. Il loro primo singolo di successo "Quiet Life" fu registrato 3 anni prima che raggiungesse le classifiche e vendettero più dischi una volta già sciolti di quando erano insieme.
Da allora Mick Karn era certamente noto ai più e incise il suo primo disco solista "Titles" con la Virgin nel 1982. Il suo stile unico fece sì che musicisti di tutti i generi volessero contribuire al suo lavoro, da Jeff Beck a Gary Numan. Quello stesso anno fu scelto da Pete Townshend per fare parte di un supergruppo che doveva suonare per il fidanzamento del Principe Carlo e Lady Diana. Pete Townshend spiegò alla stampa che Mick era di gran lunga il miglior bassista del Regno Unito e così la scelta era obbligata. Karn rispose: "Non so se sono il migliore, ancora non so leggere la musica e quindi non sono certamente il migliore tecnicamente, non conosco nemmeno le note che sono sul basso, qualche volta mi dicono che non posso suonare quella nota con quell'accordo e io rispondo: perché no se suona bene? il migliore no, ma non avendo mai sentito nessuno suonare in modo simile potrei considerarmi forse il più originale". Mick fece una grande impressione all'evento, che poi lo portò a collaborare con Midge Ure e a registrare nei dischi di Kate Bush ("Sensual World" e "Aerial") e Joan Armatrading ("Hearts and Flowers" e "Square the Circle").
Mick sorprese inoltre il mondo dell'arte con la sua prima mostra di scultura nel 1981 che ebbe un gran successo di critica, con molte recensioni da riviste non frequentate abitualmente da musicisti, e tenne altre 5 mostre a Londra, in Giappone e in Italia.
Il progetto successivo fu un trio con il vocalist Pete Murphy dei Bauhaus e il batterista Paul Lawford, chiamato Dali's Car con cui realizzarono il disco "The Waking Hour" nel 1984, con tutti gli strumenti scritti e suonati da Karn, un esperimento di musica ridotta all'osso dal sapore medio-orientale, soprattutto turca, infuenzato dalla musica ascoltata dalla madre quando era giovane, non una scelta popolare per un greco cipriota, spesso in segreto, e per questo era cresciuto con la convinzione che ci fosse in essa qualcosa di misterioso. Ciò si sente chiaramente in ogni suo lavoro solista, insieme agli altri due suoi grandi amori musicali: la classica e la musica soul-funk.
Nel 1987 Mick pubblicò il suo secondo disco solista, "Dreams of Reason Produce Monsters", usando legni e ottoni, l'armonica a bocca, la fisarmonica e perfino i cori per completare i temi che non riusciva a togliere dalla mente, con Steve Jansen alla batteria e nel ruolo di produttore. Davvero un disco lontano dal rock che ci si aspettava.
Da questo momento il basso di Mick ha raggiunto il mondo del jazz e per i successivi cinque anni avrebbe collaborato con musicisti importanti quali il chitarrista David Torn, con cui fece un tour in Nord America e Germania accompagnato dal trombettista Mark Isham e dal batterista Bill Bruford (Yes, King Crimson). David e Mick divennero subito i migliori amici e imputarono questo al fatto che non parlavano mai di musica. Karn dichiarò: "Ho imparato così tanto da David, per esempio come preparare un tour con soli 2 giorni di prove, in altre parole come improvvisare, e inoltre ho imparato che il jazz non ha bisogno di essere fatto da assoli senza fine, che poi è il motivo che mi ha sempre tenuto lontano dall'ascoltarlo". Mick ha partecipato anche al disco solista di David Torn "Door X". Mark Isham mise in piedi in seguito la sua band dei sogni per un tour negli Usa con David Torn e Mick Karn, insieme con il batterista Terry Bozzio (Frank Zappa, Missing Persons), che poi daranno vita ad un'altra band, Polytown. Karn ha partecipato anche al disco di Mark Isham "Castalia".
Quindi venne la decisione a sorpresa di riformare i Japan per un solo album uscito con il nuovo nome di Rain Tree Crow nel 1991. Mick decise di suonare un insolito basso a cinque corde per differenziare il proprio stile da quello a cui erano abituati gli ascoltatori e in alcuni casi lasciò da parte il basso per concentrarsi sul clarinetto basso come strumento principale.
Mick registrò il suo disco successivo "Bestial Cluster" nel 1993 per l'etichetta jazz tedesca CMP e divenne il loro artista più venduto. Co-prodotto da David Torn, che suonava anche le chitarre, con Steve Jansen alla batteria e Richard Barbieri alle tastiere, a cui seguì il "Bestial Cluster tour" con la stessa formazione in Europa e in Giappone.
La CMP mise sotto contratto anche i Polytown, il cui disco fu scritto, registrato e mixato in 3 settimane e pubblicato nel 1994. Mick registrò un altro disco per la CMP nel 1995, "The Tooth Mother", questa volta senza il supporto di altri musicisti dell'etichetta. Alla batteria questa volta Gavin Harrison, alle chitarre David Torn e Natasha Atlas alla voce su "Middle Eastern". Questo è stato il cd più etnico di Mick e curiosamente anche il più funky. Il musicista drum & bass Mieko Shimizu ha raggiunto Mick e Gavin Harrison alle tastiere con Tim Garland al sax per un tour in Italia, insieme col chitarrista Masami Tsuchiya che aveva partecipato al tour di addio dei Japan e all'ultimo disco dal vivo, "Oil on Canvas" del 1983.
Il lavoro di Mick con Steve Jansen e Richard Barbieri proseguì con la nascita dell'etichetta Medium Productions, che dava loro una possibilità di collaborazione indipendente dalle limitazioni delle majors. Con la sigla JBK hanno registrato diversi dischi insieme ("Beginning To Melt", "Seed", "_ism") incluso un disco dal vivo ("Playing in a Room With People") preso da alcuni concerti a Tokyo e Londra con Theo Travis ai flauti e sassofoni e Natacha Atlas alla voce. Fa parte della discografia Medium di Karn anche una collaborazione con il batterista e bassista giapponese Yoshihiro Hanno dal titolo "Liquid Glass" realizzato nel 1998.
Il successivo disco solista di Mick per la Medium Productions nel 2000 segnò un significativo distacco dagli ultimi due dischi della CMP.
Karn dichiarò: "Sebbene pensi che il jazz sia una naturale progressione per molti musicisti, più impari sulla musica, più complessa tende a diventare, io invece volevo andare nella direzione opposta, semplificare la mia scrittura, lasciarla venir fuori dall'interno senza troppe sovrastrutture".
"Each Eye a Path" è stato il più introspettivo e personale disco di Mick. Nel 2002 ne fu realizzato un disco remix da alcuni amici musicisti intitolato "Each Path a Remix", con i contributi di Ryuichi Sakamoto, David Torn, Richard Barbieri, Paul Wong e Claudio Chianuro.

Nel 2004 Mick fece quindi un disco di pop strumentale dal titolo "More Better Different" per la Invisible Hands Music. Nel 2005 Mick ha pubblicato un EP intitolato "Love's Glove" a cui seguirono "Three Part Species" nel 2006, "Selected" nel 2007 e "The Concrete Twin" nel 2009.
Nel giugno 2010 Mick Karn ha annunciato sul suo sito ufficiale che gli era stato diagnosticato un cancro in stato avanzato. Secondo David Torn la malattia si era già diffusa e stava facendo la chemioterapia. Molti artisti con cui ha collaborato, in particolare Midge Ure, i Porcupine Tree e Masami Tsuchiya, hanno annunciato concerti in suo favore, l'ultimo dei quali si è tenuto il 4 settembre in Italia a Caerano di San Marco (TV) con la partecipazione di Alice e Aldo Tagliapietra. I fondi raccolti dall'appello hanno permesso a Mick e alla sua famiglia di tornare a Londra per essere curato, dove si è spento nella sua casa di Chelsea."
di Alessandro Sgritta, Musicalnews

>>>> 2 ottobre 2010
David Sylvian, retrospettiva "Sleepwalkers"


Questa nuova uscita di  David Sylvian raccoglie alcune delle collaborazioni con altri musicisti che il nostro ha registrato durante lo scorso decennio.
Composizioni scritte per i Nine Horses con Burnt Friedman e Steve Jansen, batterista e sperimentatore elettrico - compagno di lunga data - oppure con il vecchio amico Ryuichi Sakamoto.
Poi esperienze più recenti come quelle con Christian Fennesz, Jan Bang e Erik Honoré, oppure con la tromba surreale di Arve Henriksen e il compositore contemporaneo Dai Fujikura, a dimostrare, qualora ce ne fosse mai bisogno, la mente più che aperta di David, la sua indomita curiosità.


"World Citizen - I Won't Be Disappointed", scritta con Sakamoto è un brano romantico e sensuale, pubblicato su Ep nel 2003 in Giappone e poi l’anno successivo dalla Samadhisound, celebra un periodo di collaborazione con l’artista giapponese testimoniato anche da “No More Landmine” un mini-album (purtroppo non incluso in questa raccolta) realizzato da vari musicisti per sensibilizzare il pubblico sulle atrocità causate della mine antiuomo.
Di altro tenore "Pure Genius", scritta con Chris Vrenna (ex-membro dei Nine Inch Nails) alias Tweaker, un brano offbeat e cupo, dai testi intensi e radicali, e "Sugarfuel", con musiche scritte da Jean-Philippe Verdin, alias Readymade FC.
"Thermal" e "Angels", prodotto da Jan Bang e Erik Honoré, alias Punkt (con Arve Henriksen), vedono Sylvian leggere poesie su soundscape di intricata, notturna atmosfera. Capolavori di sempiterna avanguardia, come il brano omonimo, che apre la compilation, scritto con Martin Brandlmayr.
Oltre a "Sleepwalkers" altre due perle sono state recuperate dal tour book fotografico di David Sylvian, ovvero “The World Is Everything”, che intitolava il libro-cd ed “Exit/Delete” uno stimolante insieme di suoni frutto della maestria del regista e musicista Tagaci Masakatsu (protagonista anche del "Penguin Cafe Tribute”), resta da citare "Trauma" un outtake di "Blemish".
“Sleepwalkers” offre più di un pretesto per farsi apprezzare, resta un po’ d’amaro in bocca per i fan che avrebbero preferito anche una versione extended più esaustiva (come gia avvenuto per "Everything & Nothing" e "Camphor"), le versioni remix con i Nine Horses, gli altri brani mancanti succitati e alcune collaborazioni meno note (alcune rintracciabili nella falsa compilation "Commissions")  potevano arricchire il già ottimo insieme.
Ma salvo questa piccolo neo, “Sleepwalkers”  si segnala come un album giocoforza eterogeneo ma intensamente ispirato. Pure genius...
Ondarock – Massimo Marchini


01. Sleepwalkers (with Martin Brandlmayr)
02. Money for all (with Nine Horses)
03. Ballad of a deadman feat. Joan Wasser (with Steve Jansen)
04. Angels (with Jan Bang and Erik Honoré aka Punkt)
05. World citizen - I won't be disappointed (with Ryuichi Sakamoto/Chasm mix)
06. Five lines (with Dai Fujikura/ previously unreleased)
07. The day the earth stole heaven (with Nine Horses)
08. Playground martyrs (with Steve Jansen)
09. Exit/delete (with Masakatsu Takagi)
10. Pure genius (with Tweaker)
11. Wonderful world (with Nine Horses)
12. Transit (with Christian Fennesz)
13. The world is everything (with Takuma Watanabe)
14.Thermal (with Arve Henriksen)
15. Sugarfuel (with Readymade FC)
16. Trauma (solo outtake from Blemish)





>>>> 28 aprile 2010
Il fuoco sacro di Giuni Russo

Nel 1981 appare sulla scena discografica italiana il primo esperimento di musica di confine, un disco di canzoni pop contaminate dal punk, dal jazz e dal blues, dalla musica classica. Il disco si chiama "Energie"e appartiene a Giuni Russo, antesignana di un filone che oggi produce un'infinità di tenori rock. L'album fu prodotto da Franco Battiato e scritto insieme a Maria Antonietta Sisini, gli angeli che custodiranno Giuni durante la carriera musicale. Sette anni più tardi incide "A casa di Rubinstein", progetto ambizioso che mostra la maturità artistica di Giuni Russo (rielabora classici di Bellini, Donizetti e Verdi). Un disco pubblicato per "L'Ottava", etichetta di Franco Battiato, un amico che rimarrà al suo fianco nei momenti peggiori, specie quando i discografici le chiuderanno le porte in faccia.




Maria Antonietta Sisini produrrà quasi tutta la discografia di Giuni. Ora custodisce la memoria di un'artista mai dimenticata dal suo pubblico, protagonista di un percorso spirituale doloroso e sorprendente.
La incontro telefonicamente più volte per conoscere la fede cristiana di Giuni Russo tracciata in canzoni come "Moro Perché Non Moro", un poema di Santa Teresa d'Avila (Desiderio del Cielo), "La Sua Figura" ispirata a un cantico di San Giovanni della Croce (Dove mai ti celasti?).

Maria Antonietta parla a cuore aperto di Giuni, un Nicodemo moderno che nella notte della vita s'interroga sul Mistero. Incontra la spiritualità di S. Ignazio di Loyola e quella carmelitana, le cause della sua rinascita
religiosa. Dopo la lettura degli "Esercizi Spirituali" e di altri testi di ascetica e mistica, la luce del Risorto splenderà inesorabilmente nelle sue interpretazioni. (Alcune dichiarazioni sono state poi ripetute e pubblicate
nel libro di Bianca Pitzorno "Giuni Russo - Da Un'estate al Mare al Carmelo" edito da Bompiani). Mentre ascolto, cresce quel senso di rispetto verso un'artista che, strano a dirsi, sento a me vicina.

Giuni ha cominciato a interessarsi di spiritualità leggendo la mistica dei grandi santi della Chiesa, un'esperienza poi decodificata nelle canzoni. La prima fu "Moro Perché Non Moro". Come è nata l'idea di musicare un testo di Santa Teresa?

Dopo aver letto libri di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce, si mostrò determinata nel musicarli ma non ci riusciva. Io avevo deposto le armi come musicista, erano ormai trascorsi cinque anni dalla lettura dei
testi e mi sembrava un progetto irrealizzabile. Gli dissi di cavarsela da sola. Un giorno, dopo la preghiera del vespro, in Sardegna, mi cantò un verso di uno scritto di Teresa d'Avila "Moro perché non moro", dicendomi di tenere a mente le parole e la melodia. Lei era smemorata. Non avevamo un registratore, tantomeno le strade sterrate di campagna non aiutavano a catturare l'atto creativo del momento. Ricordo che si creò comunque un'atmosfera magica. Gli chiesi da dove gli venissero quella voce, quella melodia e
quelle parole. Lei disse semplicemente: "Mi cantano dentro". Ebbe quella che noi cristiani chiamiamo "ispirazione". Fu il punto d'arrivo di un lungo percorso di conversione e meditazione, un punto di partenza dal punto di vista artistico.

Prima di conoscere la spiritualità carmelitana, Giuni inizia il suo cammino cristiano grazie a Sant'Ignazio di Loyola.

Meditava sugli "Esercizi Spirituali" e ne rimase colpita a tal punto che volle praticarli. Ho ancora con me il libro che leggeva copiosamente, con sue annotazioni e sottolineature. Si chiedeva chi potesse guidarla in questo esercizio, dove trovare il sacerdote o la comunità per vivere un'esperienza simile. Ci siamo messi alla ricerca di un istituto e andammo in un monastero in Toscana. Nei pressi di Sansepolcro (Arezzo), trovammo un'indicazione con su scritto "Esercizi spirituali di Sant'Ignazio di Loyola". Lei disse: "Non è possibile, gira subito, andiamo a vedere!". Ci accolsero delle suore che gestivano una casa di spiritualità dove venivano proposti gli esercizi ignaziani. Vista la possibilità di seguirli a Milano, città dove abitavamo, ci indicarono la casa di spiritualità delle Suore del Cenacolo e lì cominciammo gli esercizi guidati da un gesuita. Le suore divennero poi nostre amiche e madrine di cresima.

E in quella casa avvenne un altro incontro.

Quando cominciammo gli esercizi, andammo in biblioteca dalle suore. Improvvisamente Giuni puntò il dito verso un libro posto assai in alto su uno scaffale. Chiese alla madre superiora se poteva prestarglielo. Era la biografia di Santa Teresa d'Avila, "Fuoco in Castiglia".

Tra i tanti libri puntò proprio quello?

Certo. Come incontrammo quella freccia sulla strada che ci indicò la via da percorrere per gli esercizi spirituali ignaziani, mentre invece stavamo andando in un altro luogo, così incrociammo la vita di santa Teresa grazie all'istinto di Giuni e chissà. al caso. Cominciò ad appassionarsi di Santa Teresa, Edith Stein e Giovanni della Croce fino al punto di musicarne alcuni poemi.

Una cosa stupisce di Giuni: la capacità di "sbriciolare" la mistica cristiana, un tema ostico e mai apparso nelle canzoni che convergono verso la spiritualità, solitamente ispirate - nella stesura dei testi - alla
letteratura biblica. Come è riuscita nell'impresa?

Credo ci fosse una predisposizione che venisse dall'Alto, unita a una grande forza di volontà. È sempre stata determinata. Fin da bambina sognava di fare la cantante e voleva diventarlo in maniera non usuale, come invece siamo abituati a vedere oggi, dove basta avere un pò di voce per pretendere di fare musica e avere successo nel più breve tempo possibile. Lei ha seguito l'istinto e non le logiche di mercato.

Quanta distanza c'è tra un pezzo leggero come "Un'estate al mare" e "Il Carmelo di Echt", un brano che racconta la deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz di Edith Stein?

Una distanza siderale, direi. Quando fu proposto a Giuni di incidire "Un'estate al  mare" accettò per gioco, convinta poi di poter interpretare brani a lei più consoni. Questo non fu possibile, se non per l'intervento provvidenziale di Franco Battiato. Le case discografiche spingono sempre sul commerciale e progetti alternativi mettono in ansia le Major. Ancora oggi manager senza scrupoli mi chiedono con insistenza di editare "Un'estate al mare" e "Alghero" per fare soldi. Con il ricavato dei diritti derivanti dalle canzonette comprammo una casa che lei regalò alla madre. Ma i soldi poco interessavano. L'ostracismo dei discografici fece molto soffrire Giuni che lo stesso non rinunciò al suo modo di scrivere musica. Fino ad arrivare a brani come "Il Carmelo di Echt" sul sacrificio di Santa Teresa Benedetta della Croce, "La sua figura" e molti altri.

"La sua figura" è uno dei pezzi più intensi dell'intera discografia di Giuni. Ad un recente festival di musica ho consigliato al direttore artistico di inserirla nel palinsesto. Il soprano scelto per l'interpretazione, ascoltandola la prima volta, ha pianto per la commozione. Cosa si prova di fronte a reazioni del genere?

L'affetto della gente verso Giuni è indescrivibile. Un sentimento che s'accompagna a un senso di rabbia per come Giuni è stata maltrattata dall'industria discografica italiana. In un momento di sconforto, voleva lasciare la musica. Lei non si piegò mai alle strategie di mercato e il risultato delle sue scelte coraggiose si manifesta nelle reazioni positive del pubblico.

Forse non tutti sanno che l'autore de "La Sua Figura" è San Giovanni della Croce.

Potremmo definirla come sorella di "Moro Perché Non Moro". Mentre Giuni suonava il pianoforte, la canzone sgorgò spontaneamente dopo aver letto un verso di un poema di San Giovanni della Croce: "Sai che la sofferenza dell'amore non si cura, se non con la presenza della sua figura" (Dove mai ti celasti).Costruimmo poi il testo intorno all'inciso, con gli arrangiamenti di Battiato, con cui ha duettato in una delle versioni del brano.

"La sposa" è un brano interpretato insieme alle Carmelitane Scalze del monastero di Milano, dove ora riposa Giuni. Come siete riusciti a convincere le claustrali a cantare?

E' bastato portare tutto l'occorrente per la registrazione e far passare un microfono tra le grate. Le suore amavano Giuni. Vincendo qualche piccola e naturale resistenza, hanno cantato a cappella. Giuni era di casa in quel monastero a tal punto che scelse, in punto di morte, d'essere lì seppelita.

L'Italia è in debito di riconoscenza nei suoi confronti. Ci si dimentica e in fretta di grandi artisti che hanno fatto la storia della musica. Cosa fare per conservare la memoria di Giuni?
Alice nel suo ultimo album "Lungo la strada" omaggia Giuni e reinterpreta "A' cchiu' bella", un testo di Totò da lei già cantato. Basterà?

Alice è stata una grande amica di Giuni, cosa molto rara nel mondo dello spettacolo. Un'artista sensibile e vicina. Vorrei creare a Milano un museo per conservare la memoria di Giuni Russo. Supereremo presto sicuramente tutti i problemi organizzativi, mentre curiamo varie pubblicazioni musicali postume, come il cd "Cercati in me" dove canta testi di Sant'Agostino, San Bernardo di Chiaravalle, oltre il "Cantico dei Cantici" e "Il Cantico spirituale" di San Giovanni della Croce e alcuni testi di Santa Teresa.

Il ricordo più caro che conservi di Giuni.

È legato ai momenti che hanno preceduto la sua morte. Durante l'agonia, vidi lei fissare un angolo della stanza. Il suo viso si illuminò, cambiò d'aspetto. Sorrise meravigliata come se in quella stanza ci fosse una presenza celestiale. In fondo, Giuni era una persona innamorata di Cristo.

Max Granieri

>>>> 7 febbraio 2010
Peter Gabriel, il nuovo disco "Scratch My Back"

"La cover non è, almeno non dovrebbe mai essere, una copia, ma una musica che cambia corpo senza modificare lo spirito"

Trent’anni fa era "Here Comes the Flood": ora infine il diluvio è arrivato. “Scratch My Back” è un album zuppo, grondante. Di pioggia, che ricorre in qualche testo, ma soprattutto di memoria. Un album di cover è in genere segno di stanca creativa. Lo sa bene Peter Gabriel, che in quarant’anni di carriera le idee le ha perse e ritrovate più e più volte – non intende incappare in un disco calligrafico o campare sull’ispirazione altrui. L’obiettivo di Gabriel è il distacco emotivo, e cantare canzoni di altri uno strumento per raggiungerlo. Le tracce suonano lontane. Pezzi vecchi e recenti sono echi di vite passate, cimeli di emozioni persi nella memoria. Quel che resta dopo il diluvio. Ultimo uomo sulla terra, Gabriel cerca il tepore dei ricordi, sommersi da una spessa coltre orchestrale. Ma tutto è sbiadito, fradicio: la memoria ha mutato ogni nota e ogni immagine. Non c’è più lo spaesamento eccitante dello straniero, in “The Boy In The Bubble”, non c’è più l’impeto rivoluzionario dell’amore in “Heroes”, né la depressione metropolitana in “Street Spirit”. Al loro posto solo un’autocommiserazione rassegnata. E gocce di pianoforte che scendono lente, e la risacca degli archi, e un minimalismo letargico, che lambisce la desolazione degli ultimi Talk Talk. Memorie e rimpianti di chi vede tutta la vita alle spalle. E Gabriel torna, per un’ultima volta, a essere il vecchio di “The Musical Box”: un relitto incagliato da eoni, schiavo dei ricordi, ormai incapace di provare passioni se non per interposta persona. Eppure, qualcosa affiora. Pian piano le nubi si aprono, e trapela un raggio di luce. Accade in “Mirrorball”, in “Flume”. In “My Body Is A Cage” la schiarita segue una tempesta in piena regola. ”The Book Of Love” riesce perfino a spezzare il gioco del tempo, e riportare in vita l’euforia trasognata dell’innamoramento. In "Listening Wind" il ricordo si fa più intenso dell'evento originale. Refoli d'archi e parole sospese: uno di quei mulinelli che nascono come per incanto e in un attimo si dissolvano, lasciano nell'aria un vago sentore di magia. Come questo disco. Un prodigio inatteso, uno scherzo del vento. Che svanisce sulle parole di “Street Spirit”: fade out, again…

“Scratch My Back” è frutto di un progetto di “scambio cover”. Gli artisti qui omaggiati da P.G. realizzeranno a loro volta una cover di un suo pezzo. Il primo, “Not One of Us” in versione Stephin Merritt (Magnetic Fields), è il B-side del singolo di lancio “The Book of Love”.

di Marco Sgrignoli, Onda Rock.it

Tracklist: 1. Heroes [David Bowie] 2. The Boy in the Bubble [Paul Simon] 3. Mirrorball [Elbow] 4. Flume [Bon Iver] 5. Listening Wind [Talking Heads] 6. The Power of the Heart [Lou Reed] 7. My Body Is a Cage [Arcade Fire] 8. The Book of Love [Magnetic Fields] 9. I Think It’s Going to Rain Today [Randy Newman] 10. Après Moi [Regina Spektor] 11. Philadelphia [Neil Young] 12. Street Spirit (Fade Out) [Radiohead]


>>>> 2 gennaio 2010
"Endless", il debutto dei Fjieri
Infinito. Come l'orizzonte o come un suono che in realtà non conosce confini spazio-temporali.
"Endless" è il debutto dei Fjieri, un progetto che fondamentalmente nasce in studio, ma che potrà avere nuove interessanti propaggini esterne. E' un incontro che si fonda sull'esperienza portante di quattro elementi: Nicola Lori (chitarre), Stefano Panunzi (tastiere), Anfgelo Strizzi (batteria e percussioni) ed Elio Lori (basso). Un nucleo originale su cui poi fondare una collaborazione e un profilo dal taglio squisitamente internazionale. L'idea decolla espressamente con l'ingresso in campo di un veterano quale Richard Barbieri (ex-tastierista di Japan, Rain Tree Crow, David Sylvian) attualmente in forza ai giganti del rock progressivo inglese Porcupine Tree. Dopo avere ascoltato un provino della band, decide infatti di unirsi fattivamente al collettivo, mettendo in campo, oltre alle sue peculiari specifiche anche una scrittura di più ampio respiro, che permetterà al gruppo di definire le dinamiche dell'album stesso. E' solo il viatico ad un'esperienza ancor più privilegiata, con l'estemporaneo ingresso in campo di ulteriori calibri da 90 del circuito internazionale. I musicisti che partecipano alla stesura di "Endless" sono di primissimo piano: c'è l'altro Japan Mick Karn, Gavin Harrison (attuale batterista dei Porcupine Tree, con un impressionante curriculum da session man), Tim Bowness (No-Man), Peter Chilvers (musicista inglese molto vicino alla dialettica di Fripp ed Eno), la vocalist giapponese Haco, Nicola Alesini (soprano & basso saxophone, bass clarinet), Laura Pierazzuoli (cello) ed un veterano dei circuiti italiani più originali come Andrea Chimenti. Il disco - realizzato presso i prestigiosi Forward Studios - si ripromette di fissare alcuni punti chiave della più modernista tradizione pop-rock. Con un piede saldo nell'avanguardia ed uno nella più sofisticata tradizione melodica continentale, "Endless" attraverso numerose sfumature umorali mette in scena un viaggio unico, da concepirsi come opera completa ed originale. Con Fjeri si vuole dunque riscrivere una pagina importante della musica contemporanea , alimentando un suono post-romantico che nella sua costruzione progressiva non mette mai da parte una sentita devozione per la canzone d'autore. Ne esce un ibrido prezioso, una rivelazione, per chi sa guardare oltre la grande tradizione del rock progressivo britannico.
Prodotto da Richard Barbieri e Luciano Torani.
http://www.myspace.com/fjieri
http://goodfellaspromo.blogspot.com/
Per l'acquisto on-line: http://www.burningshed.com/store/artrock/product/119/1797/

Richard Barbieri ha collaborato con Alice ne "Il sole nella pioggia" del 1989, in "Mezzogiorno sulle Alpi" del 1992 e ha partecipato al relativo tour estivo italiano.
Gavin Harrison, ha suonato nel tour europeo de "Il sole nella pioggia", nel disco "Mezzogiorno sulle Alpi" e ha anche partecipato con Alice al progetto "Devogue" di Francesco Messina, pubblicato nel 1997.

>>>> 1 gennaio 2010
No-Man, "Mixtaped" il primo dvd live
 
I No-Man di Steven Wilson e Tim Bowness pubblicano la loro prima testimonianza live in vent'anni di carriera.

Per i (pochissimi) distratti , ricordiamo che i No-Man sono Tim Bowness (voce d'angelo e penna da poeta) e Steven Wilson (coinvolto in diversi progetti musicali, su tutti i Porcupine Tree), oltre ad altri artisti/musicisti e ospiti variabili di volta in volta, non ultimi personaggi del calibro di Robert Fripp e Richard Barbieri, ma anche Steve Jansen, Scanner e Roger Eno.
Raccontata così a chi non ha mai ascoltato i No-Man vale quasi come a dire...ecco l'ennesimo polpettone progressive. Nulla di più sbagliato.
I No-Man sono stati (e sono) l'apice della sperimentazione pop. Bowness canta come un David Sylvian senza troppi fronzoli e molto più spontaneo, mentre in questa veste Wilson sfrutta la sua perizia più in fase di produzione e di composizione più che i suoi assoli di chitarra.
In realtà anche in questo "Mixtaped" Wilson si ritaglia qualche occasione per ricordarci di essere un mago delle sei corde, ma tutto sommato si pone al servizio di Bowness, così come l'altro chitarrista, basso, tastiere, violino e il misuratissimo batterista, alle prese con un singolare drum kit elettronico.
Mixtaped è un doppio dvd da non perdere per tutti, già adepti del culto dei No-Man e novizi.
Il primo disco contiene la ripresa del concerto alla Bush Hall di Londra del 29 agosto 2008, oltre a una raccolta di foto sonorizzata da un pezzo live non compreso nel concerto londinese. Il secondo disco, invece, propone un lungo documentario che ripercorre la storia dei No-Man, tutti i videoclip del gruppo e altri extra.
La ripresa del concerto è piuttosto convenzionale e il light show non particolarmente spettacolare. Il sonoro (curato da Wilson stesso) è un DTS 5.1 da manuale: i canali posteriori non solo servono a produrre ambienza, ma hanno una vera e propria funzione musical-espressiva.
La dinamica, il dettaglio, la ricostruzione della scena sonora: tutto concorre a produrre un nuovo riferimento per gli appassionati di audio multicanale.
Ma su tutto, ovviamente, c'è la musica: sognante, ricercata, sperimentale pur rispettando una piacevolezza dream pop di fondo, rispettosa delle versioni originali, ma ricca di spunti e occasioni per succosi (e gustosi) riarrangiamenti.
Canzoni che fanno sciogliere il cuore come neve al sole, ma anche tante occasioni in cui i singoli musicisti danno il meglio di loro stessi, fino alla storica "Watching over me", in cui per magia al violino appare Ben Coleman, che lo aveva suonato nella sua versione in studio e che i più attenti hanno ritrovato al lavoro anche con Alice.
Il modo migliore per i No-Man per festeggiare vent'anni di attività passa proprio da questo Dvd.
Così come, per tutti noi, Mixtaped rappresenta il modo migliore per (ri)considerare il pop come Arte, quantomeno possibile. Siete tutti avvisati.

Massimo Garofalo
http://www.rockshock.it/no-man-mixtaped-recensione-dvd-live/


Per l'acquisto on-line del dvd e di altri cd dei No-Man:
Sito ufficiale No-Man:
Sito ufficiale alternativo:

Tim Bowness ha collaborato con Alice in "Viaggio in Italia" del 2003, cantando con lei "Islands" dei King Crimson e "Golden Hair" di Syd Barret.