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ALICE: UNA VOCE IN VIAGGIO

L'Isola che non c'era - 18 maggio 2009


Il tema del viaggio, con tutte le implicazioni che esso comporta, ricorre spesso nella poetica di Alice, e anche Lungo la strada, titolo del suo ultimo disco dal vivo, indica chiaramente una condizione. Quella di chi, come lei, si sente sempre in cammino e in ricerca, dal punto di vista musicale, spirituale, umano. Per questo ogni suo lavoro è una sorpresa, il frutto di sperimentazioni ed esperienze, e per questo chiacchierare con lei diventa una condivisione piacevole, incalzante e mai banale di opinioni, progetti, riflessioni.
Questo è il tuo primo live, ma se non mi sbaglio avevi intenzione di pubblicarne uno diversi anni fa, quando avevi registrato un'intera tournée. Cosa ti ha spinto a farlo invece proprio ora, in questo momento della tua carriera?
In effetti nel 1996 avevo registrato una tournée fatta all'estero con dei musicisti favolosi, come Steve Jansen, Mick Karn, Robby Aceto e Ben Coleman che suonava il violino elettrico, mentre io suonavo le tastiere. Però non se ne è fatto niente e ormai è passato molto tempo, non so se riutilizzerò quelle registrazioni, anche se ci possono essere delle belle sorprese. In questo momento invece sentivo l'esigenza di essere presente discograficamente perché erano passati troppi anni dall'ultimo disco, “Viaggio in Italia”. I tempi sono sempre molto lunghi perché ci sono di mezzo mille difficoltà che non dipendono da me. Però avevo registrato questo concerto e ho pensato che la cosa più immediata fosse proprio la pubblicazione di un live. Tutto questo grazie al mio attuale manager Paolo Santoli, senza il quale non ci avrei neanche pensato.
Questo disco contiene brani che a mio parere ti rappresentano bene, anche perché ci sono canzoni tue, di Battiato, di Camisasca, di Mino Di Martino, tutti autori che ti accompagnano da sempre. C'è una canzone del tuo repertorio che avresti voluto includere ma che per questioni tecniche è rimasta fuori dal disco?
Avrei desiderato inserire Il sole nella pioggia e Where will I be di Crosby, però non c'erano i requisiti necessari.
Hai detto che del concerto, registrato nella basilica di S. Marco a Milano, in questo disco hai lasciato fuori alcune canzoni troppo legate alla dimensione della preghiera, più adatte al contesto di una basilica, magari meno al cd.
Ho fatto una scelta molto rigorosa dei pezzi. Ho sentito che non era giusto inserirne alcuni perché avevano bisogno di un contesto diverso, come ad esempio un progetto basato tutto sull'idea della preghiera. In quel caso avrebbero avuto una loro forza, diversamente secondo me avrebbero perso molto. C'è in effetti l'idea di un disco di questo tipo, ma per ora è abbastanza vaga, mentre ci sono altri progetti più immediati che desidero realizzare. Anche se poi, sai, nella vita ci sono delle occasioni che ti capitano improvvisamente, e quello che ora ti sembra molto lontano è la cosa che invece realizzi per prima. La vita è fatta di avvenimenti, di occasioni che uno può cogliere oppure no.
Hai detto che in questo disco ci sono i temi fondamentali della tua poetica, come l'esigenza di pace, la poesia, la ricerca del sacro, l'amore. Quale di questi aspetti della vita è preponderante nella tua esistenza?
Quello che per me comprende tutti questi elementi è l'Amore con la A maiuscola.
Riferendoti alla tua musica e alla tua vita parli spesso di ricerca del sacro. A che punto ti senti su questo cammino?
Mi sento in cammino. Non c'è un punto, sei sulla strada. È un percorso che è iniziato molti anni fa, ma a che punto sono della strada non so proprio dirlo.
In questo disco ci sono due canzoni in lingue vernacole, il napoletano e il friulano. Siamo in un'epoca di riscoperta delle proprie radici, non hai mai pensato di inserire nel tuo repertorio qualche brano della tradizione italiana o regionale?
Sì, ci ho pensato, ma in una maniera molto superficiale. È qualcosa che mi passa per la testa ormai da moltissimi anni, però non ho mai approfondito l'argomento perché hanno preso il sopravvento interessi diversi. Nel momento in cui decidi di fare una cosa di questo genere deve esserci un lavoro oculato e accurato di ricerca, mentre per me per ora è un'idea che ogni tanto compare come un acquerello, non ha ancora colori sufficientemente forti perché possa metterlo a fuoco. Però credo che sia un mondo straordinario da riscoprire, e del resto in Italia c'è chi lo fa molto bene.
Cosa ti hanno dato, rispettivamente, la Romagna, Milano e il Friuli?
La Romagna rappresenta le mie radici, la mia formazione. Quello che sono è frutto di quello che mi hanno dato la mia famiglia, i miei genitori e l'ambiente in cui sono nata e vissuta per oltre venticinque anni. Milano è diventata la mia casa per tanto tempo, ed è la città in cui ho vissuto la maggior parte della mia vita professionale. Poi per amore ho cominciato a frequentare il Friuli pur vivendo a Milano e mi sono innamorata di questa regione e di questa gente, fino a che poi mi ci sono trasferita. Il Friuli è una regione meravigliosa, quasi incontaminata, con una densità di popolazione bassissima, per cui ci sono delle oasi naturali incontaminate. È molto coltivato ma anche molto lasciato allo stato naturale. È bello e salutare viverci, c'è una qualità di vita molto alta. E il friulano è una persona molto riservata ma contemporaneamente piena di calore e di umanità, se si riesce ad andare oltre un primo atteggiamento di diffidenza, specie nei paesi.
In questo disco canti Nomadi e L'era del mito, e poco fa hai citato Il sole nella pioggia. Credo che le canzoni di Juri Camisasca si adattino perfettamente alla tua vocalità e al tuo mondo artistico.
In effetti mi piacerebbe che componesse qualche altra canzone per me. Gli ho giusto fatto la richiesta pochi giorni fa, ma lui adesso si dedica completamente alla pittura delle icone.
Hai cantato in bellissime chiese e teatri. Quanto conta per te il luogo in cui canti per lo spirito che avrà lo spettacolo?
Il luogo è importantissimo. Quando preparo un programma per un luogo sacro cerco di trovare nel mio repertorio o anche fuori da esso qualcosa che sia adatto, che non strida con il posto in cui mi trovo. Ho un profondo rispetto per l'ambiente, soprattutto quando è un luogo sacro. Ad esempio non mi sento di cantare Per Elisa in chiesa, anche se me l'hanno chiesto diverse volte. Io pur apprezzando la richiesta ho gentilmente declinato l'invito, da questo punto di vista sono inamovibile.
In questo disco e nei tuoi precedenti ci sono spesso poesie musicate, e ricordo anche una serie di concerti (“Le parole del giorno prima”) in cui alternavi brani letterari a canzoni. Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Ho sempre inserito la poesia nei miei lavori, da Anín a grîs e La recessione in poi. Però non ho autori di riferimento. Poi soprattutto in questo momento ho necessità di non leggere, se non determinate cose di tipo spirituale, perché ho bisogno di avere una pulizia mentale tale da poter percepire la vita senza influenze di sorta, per riuscire a trovare quel silenzio necessario che consente di vivere la vita pienamente. Anche se ovviamente in altri momenti ho fatto letture che sono state fondamentali, come “Incontri con uomini straordinari” di G.I. Gurdjieff, o ancora prima “Il monte analogo” di René Daumal. Daumal l'ho comprato io, mentre Gurdjieff mi è stato regalato da un amico, l'ho tenuto sul comodino per tre anni senza riuscire a leggerlo, e poi finalmente l'ho letto tutto d'un fiato nel momento giusto. Perché ci sono libri che si fanno leggere solo quando tu sei in grado di comprendere quello che c'è scritto, altrimenti sono inutili.
Hai detto che questo tuo nuovo disco sta ricevendo molto interesse da parte della stampa, ma che in tv ci sono pochi spazi per la musica d'autore. Cosa pensi di trasmissioni come “X Factor”, con il tuo amico Morgan?
Non so perché Morgan abbia deciso di fare “X Factor”. Da un certo punto di vista ha fatto anche bene, perché la musica non paga e quindi bisogna trovare modi alternativi per sopravvivere. Come ti dicevo prima, ci sono delle occasioni che uno può cogliere o meno. Lui ha colto l'occasione che ha ritenuto opportuna in un certo momento della sua vita. Ho visto pochissimo di “X Factor”, solo le selezioni dei cantanti al pomeriggio. Questi poveretti dovevano esibirsi senza musica con i giurati che spesso non gli facevano cantare nemmeno una strofa. Li stroncavano sul nascere con commenti che a mio avviso per un ragazzo o una ragazza così giovani, che hanno delle aspettative e si mettono in gioco, sono terribili, e possono veramente fare dei danni molto grandi a livello di demotivazione. Io trovo allucinante tutto questo. Poi la televisione ovviamente fa spettacolo, ci sono alcuni artisti che attraverso questi mezzi riescono a emergere, a esibirsi, e questo è un bene. Una volta c'erano i talent scout, le case discografiche con i direttori artistici che si muovevano e cercavano di scoprire nuovi talenti, adesso loro non fanno più niente e queste cose sono appannaggio della televisione, che però ne fa uno spettacolo utilizzando persone che hanno delle aspirazioni artistiche. Io ho sentito ragazzi con delle voci straordinarie, ma molto giovani, e che hanno quindi bisogno di qualcuno che li aiuti a fare emergere le loro potenzialità, non che li trasformi in prodotti televisivi che hanno delle caratteristiche imposte da altri. Certe trasmissioni non aiutano questi ragazzi ad esprimere se stessi, almeno per quel poco che ho visto. E poi è aberrante la forma del reality, trovo veramente orrendo questo nuovo sistema di fare tv.
Pochi giorni fa guardavo un dvd di spezzoni televisivi degli anni ottanta e mi è venuta una gran nostalgia per una televisione che...
...che all'epoca ci dava fastidio, ma che rispetto a adesso è una cosa meravigliosa! È verissimo. La musica aveva degli spazi diversi, ora si consuma, ma non si ascolta più.
I tuoi concerti sono sempre affollati, nonostante non si possa certo dire che tu abbia una sovraesposizione mediatica.
Diciamo proprio che non ho promozione di nessun tipo... Questo disco è autoprodotto, distribuito EMI. La promozione è affidata alla Midas, che sta lavorando molto bene, nonostante gli enormi ostacoli che trova. È vero, c'è molta gente che mi segue e sono stupita che tra di loro ci siano anche parecchi giovanissimi. Mi apre il cuore vedere le nuove generazioni che hanno fame di qualcosa di diverso, o comunque di musica che non sia quella che arriva alla massa in quest'appiattimento generale che c'è ora. Per fortuna c'è chi non si accontenta e va a cercare qualcos'altro al di fuori di quello che viene propinato dai mezzi d'informazione, in cui tutto è basato sulla notizia, per cui solo se fai notizia hai la possibilità di avere un minimo di attenzione. Ma per fare notizia ti deve succedere qualcosa di grave, qualche disgrazia, oppure devi essere coinvolto in qualche gossip eclatante! Il livello è questo, anche nei telegiornali. Anche i canali che hanno iniziato bene piano piano si stanno sempre di più spostando sulla direzione della notizia e non dell'informazione. È come se per attirare l'attenzione debbano alimentare una sorta di morbosità, una vibrazione molto grossolana, della quale ormai la gente inconsciamente ha bisogno per poter esprimere un minimo di interesse. Altrimenti non c'è più attenzione per niente, siamo diventati degli automi, deambuliamo in un sogno ipnotico per sottrarci dal quale ci vuole qualcosa di molto forte che ci scuota emotivamente, ed è una cosa molto triste. Fortunatamente non tutti sono così, c'è tanta gente sveglia, lucida, che capisce e si muove in un'altra direzione, una parte di umanità che a mio avviso è più grande di quella che si immagina, solo che non essendo in evidenza sembra che non ci sia. Ne sono convinta perché nel mio piccolo chi viene ai miei concerti è gente che ha una motivazione, che è sintonizzato con me su un certo tipo di vibrazione.
Rispetto al tuo pubblico mi pare che negli ultimi anni tu abbia un atteggiamento più sereno.
Perché sono più serena io. Adesso sono più disponibile e più aperta con il pubblico perché lo sono in generale. Sono cresciuta, sono maturate tante cose, non sono più schiava di un certo tipo di meccanismo e di insicurezze che mi contraddistinguevano in passato, quando sentivo di avere continuamente qualcosa da dimostrare e non mi accettavo. Ora la mia ricerca continua, il mio tentativo di migliorarmi è perenne, però mi accetto per quello che sono, con le mie debolezze e le mie mancanze, e questo mi dà molta serenità. E nell'accettare me stessa accetto anche gli altri, ho un'accoglienza che prima non avevo perché la severità che avevo nei miei confronti si esprimeva poi anche con gli altri.
Questa serenità secondo me si nota anche nel tuo modo di interpretare, o in certe scelte. Ad esempio in quella di cantare La cura. Altre canzoni di Battiato, come Prospettiva Nevski o È stato molto bello, molti di noi, io stessa, abbiamo capito quanto fossero belle ascoltando la tua versione. Per quanto riguarda La cura, invece, ci siamo accorti tutti subito al primo ascolto che si trattava di un capolavoro. Il fatto che tu l'abbia scelta e in qualche modo cambiata, dandole un piglio e un pathos che non ha nell'originale, mi sembra segno di serenità, di non aver paura di confrontarsi con una canzone che ormai è un classico.
Ed è un classico riuscito straordinariamente bene. La cura l'ho cantata per la prima volta nel 2004, alla fine del tour di “Viaggio in Italia” al teatro Toniolo di Mestre, come bis. Curioso fare come bis un pezzo che non avevo mai cantato nella mia vita! Però la gente è rimasta entusiasta, perché il pezzo come tu dici è un classico, tutti lo conoscono. Io amo tutte le versioni originali di Franco, diversamente non le avrei neanche prese in considerazione, però cerco di cogliere un aspetto della stessa composizione secondo quella che è la mia natura. Quando io ascolto una canzone che mi colpisce, immediatamente la sento in un altro modo, cioè come la potrei cantare io. Probabilmente è come per uno scrittore tradurre in parole le impressioni che riceve. Il mio mezzo d'espressione invece è la musica, la voce, l'interpretazione. DI ALESSIA CASSIANI

ALICE: NON CHIAMATELE EMOZIONI

Gioia - 23 aprile 2009


Con lei, il linguaggio della canzonetta commerciale è proibito: meglio parlare di “pathos”, di ricerca del sacro e di sé. E poi, ascoltare il primo live di un’artista che non ha mai rinunciato a definirsi pop. Ma a modo suo.
La parola “emozioni” annoia un poco la signora Carla Bissi, in arte Alice. «Se Dio vuole a un certo punto della vita ho avuto desiderio di emanciparmi dalla schiavitù che le emozioni finiscono per procurare», annuncia. Se dunque deve dire - poiché in un’intervista qualcosa si deve pur dire - che cosa l’ha convinta a trasformare in un disco una registrazione «realizzata per fini esclusivamente personali» durante un concerto nella basilica di San Marco a Milano alla fine del 2006, farà ricorso all’assai meno commerciale concetto di “pathos”. «Riascoltando la registrazione nel tempo mi sono accorta che era rimasto lo stesso tipo di pathos vissuto in quel concerto, con quel pubblico, il che è una cosa abbastanza rara. Di solito le registrazioni salvano solo il contenuto musicale nudo e crudo, ma in questo caso era diverso». Così è nato Lungo la strada (Arecibo/Emi), primo live di una carriera più che trentennale, iniziata rincorrendo il successo e continuata con l’ambizione di governarlo, piegandolo anche scontrosamente al proprio voler vivere in un certo modo e non un altro, coltivare certa musica e non altra. Tanto peggio per chi, ascoltando Alice cantare La cura di Franco Battiato, si trova ancora preda di tale primitivo sommovimento della psiche, insomma si emoziona a sentire quella voce di madre-sorella-amante che sussurra “Io ti proteggerò dalle paure e dalle ipocondrie”. . Perché la bella signora che siede accarezzandosi le mani affusolate al tavolino di un caffè milanese è Carla Bissi in arte Alice, 54 anni, nata a Forlì e oggi domiciliata «da qualche parte» vicino a Udine, dove vive insieme a Francesco Messina, suo produttore e compagno da 25 anni. A metà degli anni ’80, dopo avere trionfato al Festival di Sanremo con Per Elisa - grido di femmina gelosa - all’apice della popolarità mollò il mondo delle canzonette per fare la musica che piaceva a lei. Cose come Mezzogiorno sulle Alpi (1992), album intitolato come il quadro di Giovanni Segantini che l’aveva ispirato, o God is my dj (1999), una ricerca del sacro nella musica con canti dall’anno Mille in poi, o Viaggio in Italia (2003), raccolta di brani scelti di grandi cantautori italiani. . Alice non riempie gli stadi ma ha un suo pubblico che la segue con fedeltà prossima alla venerazione. Anche le interviste, palesemente, l’annoiano un poco. Il sorriso è perfetto, i modi un po’ spigolosi, il frasario pericolosamente astratto. Sarebbe di certo tutto più facile, se potesse rispondere cantando. . In Lungo la strada ci sono canzoni firmate da Alice, da Juri Camisasca, da Franco Battiato, da Paul Buchanan, testi di Pier Paolo Pasolini e di Totò. Com’è nato l’assemblaggio? Da un progetto legato a dei temi rilevanti nella vita di tutti noi. Il desiderio di pace in Ultimi fuochi, la canzone mia che apre il concerto, e in Happiness dei Blue Nile, quella che lo chiude, che parla di pace interiore. 1943, ispirato a una poesia tedesca, introduce il tema della guerra. Febbraio è una poesia di Pasolini, A’cchiu’ bella è una splendida, brevissima poesia d’amore di Totò musicata da Giuni Russo. Pace, guerra, poesia, amore, ricerca del sacro e di sé: sono i temi del mio percorso artistico e personale. . Ne ha fatta di strada dal festival di Castrocaro, che ha vinto a 17 anni con una canzone dei Pooh. Che cosa prova per la se stessa di quei tempi là? Molta tenerezza e comunque è un passato che è sempre presente, tutto rimane dentro di me, il tempo non passa in fondo, passa soltanto esteriormente. . Che emozioni le ha lasciato il mondo delle canzonette? Nessuna in verità. In questo momento della mia vita sono piuttosto scollegata dall’emozionalità che accompagna di solito un percorso professionale come il mio. Dopo avere vissuto tutta la prima parte della mia vita legata alle forti emozioni ho sentito che ci doveva essere dell’altro. Sono rimasta attratta dal sentimento e ho cominciato a vedere l’emozionalità come un impedimento alla capacità di amare veramente. . Com’è successo? Nel 1984 ero arrivata in vetta. Avevo tutto: in Italia c’era I treni di Tozeur con Franco Battiato, in Germania c’era un altro duetto con Stefan Waggershausen, un disco che poi ha venduto un milione e mezzo di copie; ho incontrato l’uomo della mia vita, Francesco Messina… . Le ragazzine si vestivano come lei … Questo di certo non l’ho voluto io. E comunque ho cominciato a sentire un gran vuoto dentro, profondissimo, non colmabile da nulla di quanto la vita mi stava donando e regalando, e ho cominciato a guardare altrove. Ho letto un libro che mi avevano regalato nel 1981, Incontri con uomini straordinari di Georges Ivanovic Gurgjieff e questo è stato fondamentale. Poi ho trovato un insegnamento che mi dà i mezzi per proseguire questa ricerca basata sulla conoscenza di sé. Con tutto quello che ne consegue. . Che cosa ne consegue? Non posso spiegare più di così. . Quando ha avuto la certezza di voler vivere facendo musica? La musica era naturale a casa mia, mio padre faceva il musicista, mia sorella suonava il pianoforte, io ho iniziato a studiare pianoforte e canto a otto anni. Ma per poterci vivere c’è voluto tempo. Da Castrocaro al 1980, quando ho pubblicato Il vento caldo dell’estate, non guadagnavo niente. Senza la mia famiglia non avrei potuto sopportare quell’attesa. . Però aveva già detto dei no. Dopo Castrocaro ho avuto un contratto discografico, ho fatto tre 45 giri e poi ho detto basta, perché mi proponevamo delle canzoni che non mi piacevano. Sono andata a lavorare per tre anni in uno studio di architetti e disegnavo. Non sapevo quel che volevo dalla musica, ma almeno sapevo quello che non volevo. Dopo sono stata contattata dal mio primo produttore, che era l’ex produttore dei Pooh, mi ha proposto di cambiare il nome e ho ricominciato a far dischi. . Che effetto le ha fatto sapere che i Pooh si sono separati? Si sono separati? Saranno stati stanchi. . Lei a 17 anni voleva diventare come Francesco De Gregori. Non l’ho mai incontrato, ma il mondo che mi interessava allora era lì, poi la vita mi ha portato da un’altra parte. Nell’84 non avevo alternative: o smettevo di far musica oppure cambiavo direzione e così ho fatto grazie a Francesco Messina. . Come lavorate insieme? Non ha alcun senso parlarne. . Altri incontri ispiratori. Franco Battiato? Abbiamo fatto due dischi, nel 1980 e nel 1981, è stata un’esperienza molto bella, molto nuova. Nel ’79 io gli feci ascoltare le canzoni che scrivevo, avevo bisogno del parere di un musicista che mi consigliasse. È stato un momento importante perché ho realizzato il sogno di essere cantautrice: nel 1980, con l’album Capo Nord, arrangiato da Battiato e da Giusto Pio, che era il suo maestro di violino. . C’è sempre un certo mistero attorno al gruppo di Battiato. Non lo so perché non ne facevo parte. Lo frequentavo per lavoro. Gli altri mica li incontravo. Non so cosa dire. . È sempre così serio Battiato? È una persona molto intelligente e divertente. . Ivano Fossati ha scritto per lei La bellezza stravagante. Non so se l’ha scritta per me. Io lo chiamai per sapere se poteva farmi la traduzione italiana di due canzoni in inglese dei Blue Nile, lui disse che gli sarebbe piaciuto darmi una canzone in toto. E così mi ha dato La bellezza stravagante. . Ma era lei la bellezza stravagante? È una canzone molto interessante. . Juri Camisasca, l’autore di Nomadi, che poi è entrato in convento. Sono anni che non è più in convento. Vive da eremita in Sicilia e dipinge icone bellissime. . Sanremo. Lei ci è andata tre volte: una da ragazza, una nel 1981 da trionfatrice, nel 2000 ancora con Il giorno dell’indipendenza, che è andato così così. Sono state tre esperienze molto diverse, quando ho vinto io non c’era nemmeno l’orchestra, si cantava solo con le basi. Diciamo che l’ultima volta è stato un compromesso. Io avevo una gran voglia di pubblicare God is my dj e la mia casa discografica mi ha chiesto in cambio di andare a Sanremo. . Deve farne parecchi, di compromessi? Finché posso scegliere, se non ho piacere di fare le cose non le faccio. Certo è più faticoso raggiungere gli obiettivi se non usi i mezzi del sistema. Se facessi delle canzoni con un linguaggio più commerciale, tutte le porte si aprirebbero dal punto di vista promozionale. Nel momento in cui fai scelte più rigorose… . Non la chiamano in televisione. Che maniera di dire le cose. Certi programmi non sono accessibili e non ti è permesso far conoscere la tua musica a un pubblico più vasto. C’è un mondo intero di musica diversa da quella che radio e tv trasmettono continuamente ma chi la vuole deve andare a cercarsela. . Si guadagna di meno? Mooolto di meno. DI MONICA CECI


ALICE CANTA PASOLINI «AMO LE PAROLE>>

La Stampa - 10 febbraio 2004



Torino. Sono tutti artisti del secolo scorso, riflette divertita ALICE, commentando il suo «VIAGGIO IN ITALIA» . L’album, uscito lo scorso ottobre, sara’ presentato dal vivo stasera a Torino nell’ambito di «MenoDue», il lungo countdown che introduce alle Olimpiadi invernali del 2006, e poi in una tournee’e nei teatri d'Italia.

Raccoglie brani scritti da cantautori come De Andre’, Fossati e De Gregori, un paio di doverosi omaggi a Battiato. E anche due poesie di Pasolini, messe i musica da Mino De Martino. Perche’ Pasolini? «Proprio per il valore poetico dei testi. Tutto il disco e’ un atto d’amore per la lingua italiana, per lo straordinario patrimonio culturale che rappresentano i nostri cantautori, per i gioielli nascosti nello spazio di una canzone o nei pochi versi di una poesia». Le sue interpretazioni viaggiano su un duplice binario: personalissime e insieme assai fedeli agli originali. Com’e’ arrivata a questo risultato? «Mi sono posta al servizio delle composizioni, ho cercato di non modificare nulla, di scavare a fondo nei testi e nelle musiche per cogliere l’essenza». Ma ha ritoccato «Un blasfemo» di De Andre’ e modificato il testo di «Auschwitz» di Guccini... «Anche la versione dell’Equipe 84 e’ diversa dall’originale, e lo stesso Guccini ha cambiato piu’ volte il testo, dal vivo. Ho voluto introdurre una nota di speranza: “Io chiedo quando sara’ che un uomo potra’ imparare a vivere senza ammazzare” e’ diventata “Io non credo che l’uomo non potra’ imparare a vivere senza ammazzare”. E’ una doppia negazione che si trasforma in affermazione, lo stesso Guccini si e’ detto d’accordo> >. Cosa l’ha spinta a interpretare «Non insegnate ai bambini» di Giorgio Gaber? «E’ una canzone che si e’ imposta da sola. “ VIAGGIO IN ITALIA” era quasi terminato quando ho comprato il suo ultimo album e sono stata colpita da questa perla preziosa. Per me e’ come una sorta di toccante testamento spirituale di Gaber». E i due brani di Battisti-Panella? «Hanno dei testi straordinari, meritavano di essere riscoperti. Il primo Battisti era emozionale e diretto, ma quello della svolta elettronica non e’ cerebrale, come molti sostengono. Le emozioni sono nascoste, bisogna andarle a cercare. Per la gente e’ sempre difficile porsi in ascolto con un atteggiamento attivo, e’ piu’ facile lasciarsi scorrere addosso le parole». «VIAGGIO IN ITALIA» contiene una cover di Syd Barrett e una splendida versione di «Islands» dei King Crimson con Tim Bowness. Come nasce il suo interesse per il progressive inglese? «Fa parte della mia cultura musicale, e per questo devo ringraziare Francesco (Messina, che ha prodotto tutti gli album di ALICE da “Park Hotel” in poi)». Nel disco ci sono ospiti come Morgan e Paolo Fresu. E dal vivo? «Con me suoneranno Steve Jansen (ex Japan, batteria e percussioni), Alberto Tafuri (tastiere e pianoforte) e Marco Pancaldi (chitarre). Eseguiremo quasi per intero l’album, ma anche brani del mio passato». Compresa «Per Elisa», con cui vinse a Sanremo nel 1981? «Si’, anche se naturalmente oggi la canto in maniera molto diversa. A lungo questa canzone e’ stata un incubo per me, ma ora e’ un pezzo della mia vita cui guardo con maggiore serenita’». Il Festival e’ alle porte, ci andrebbe se la invitassero? «Puo’ farmi un’altra domanda?» di BRUNO RUFFILLI


"JE NE RECHERCHE PAS LE TEMP PERDU"
Repubblica — 02 settembre 2001 


Andria. C’ è stato un gran caldo a Milano. “Prima dei temporali, marciapiedi e strade roventi. E in Puglia?”. Con Alice si può parlare di una stagione torrida, semplicemente. E aprire sul clima una conversazione che vuole essere sul Tempo. È questa la traccia proposta dal quinto festival ‘Castel dei Mondi’ , che ospiterà la raffinata cantautrice di Forlì, stasera, in piazza Catuma ad Andria. Il suo progetto speciale ha un titolo antiproustiano, ‘Je ne recherche pas le temp perdu’ . Quali i percorsi di ‘Io non cerco il tempo perduto’ ? «Quest’ estate non mi sono esibita in pubblico. Solo a giugno alla ‘Milanesiana’ , in veste di lettrice di alcuni brani del filosofo Manlio Sgalambro. Il progetto di stasera scaturisce da quello che, per una curiosa coincidenza, girava intorno al tempo. Evidentemente il tema quest’ anno mi perseguita. Unirò a brani in lettura dal ‘Trattato delle età’ di Sgalambro, canzoni sull’ argomento tratte dal mio repertorio classico (‘Passano gli anni’ o ‘Tempo senza tempo’ ) e, in anticipazione, dal nuovo album che sto preparando». Sembra avere un rapporto privilegiato col tempo. «Non mi opprime, al contrario, per me rappresenta una moltiplicazione di opportunità». In anticipo sui tempi, lontana da mode temporanee e comunque nel tempo anche quando scompare. «Le mie assenze non sono sempre volute. A volte sono imposte e più spesso determinate da scelte artistiche precise che portano con sé conseguenze che metto sempre in conto». Per Alice ora è tempo di... «È sempre tempo di cantare, come le cicale. L’ estate non è ancora finita. Di vivere nella maturità degli anni con consapevolezza e gioia nuova. Ora mi accorgo meglio di come ogni attimo sia prezioso. Rispetto a vent’ anni fa c’ è più gusto. I profumi e i colori li avverto più intensi». Ha mai rinnegato il tempo come età? «Assolutamente no. Il passare del tempo per me equivale a un’ ulteriore concessione di possibilità. Per me sarà un privilegio poter dire ‘sono vecchia’ nel senso estetico, naturalmente. Perché, può accadere di sentirsi vecchi dentro anche a diciotto anni». Qual è il tempo più felice? «È il tempo senza tempo. Uno stato in cui non esiste l’ oppressione del contingente e si ha la possibilità di vivere una dimensione interiore diversa». Quello più triste? «Quando il ‘tempo senza tempo’ viene schiacciato da quello esteriore e non sei più in contatto con lo stato di benessere che ti permette di superare i momenti più dolorosi». Qual è stato il tempo dell’ incontro artistico più vivificante? «Ce ne sono stati diversi. Sicuramente a partire da quello con Franco Battiato, con cui ho realizzato due dischi importanti: ‘Capo Nord’ e ‘Alice’ , quello di ‘Per Elisa’ per intendersi. E poi quello che dura dall’ 86 con Francesco Messina e che contiene poi tutti gli altri incontri, da Steve Jansen a Richard Barbieri, da Peter Hammil a Trey Gunn. Ogni collaborazione ha in sé qualcosa di vivificante, sono stimoli che si rinnovano». Crede nel tempo infinito? «Il tempo per sua natura è finito quindi non credo nel tempo ma nell’ infinito. Comunque nell’ eterno ci credo. O, almeno, in questo momento della mia vita. Tra un anno mi potranno capitare esperienze che mi indurranno a non farlo più. È possibile». Tempo d’ estate. «Ogni anno in Puglia, al mare tra Gargano e Salento. Non ci rinuncio più da quando ho conosciuto questa terra, ospite del festival ‘Time Zones’ con Jansen e Barbieri dei Japan. Quella tra Conversano e Alberobello, poi, è una zona meravigliosa. L’ anno scorso ci sono stata per il progetto nelle chiese, ‘God is my dj’ . Ma, per restare in argomento, devo andare perché è tempo di continuare a provare per il concerto». di ANTONELLA GAETA


ALICE: "AL FESTIVAL CON TUTTA ME STESSA "
La Stampa, febbraio 2000



ROMA - “Rispetto a vent’ anni fa il festival è cambiato completamente. Oggi sembra che le sorti del mondo dipendano da Sanremo, e visto da fuori è tutto un po’ ridicolo. L’ anno scorso ho avuto l’ impressione di un grande spettacolo in cui la musica era una semplice colonna sonora. Per quanto mi riguarda, io porto a Sanremo solo me stessa. Se affrontato con consapevolezza, il festival può essere anche molto divertente”. A vent’ anni di distanza dalla sorprendente vittoria ottenuta con Per Elisa (era il 1981), Alice torna sul palco dell’ Ariston con la tranquillità di chi è consapevole di arrivare al festival solo di passaggio. “Immagino che per molta gente questa mia partecipazione avrà un significato. Per me, invece, non ne ha altri se non l’ opportunità di partecipare all’ unica grande vetrina musicale rimasta in Italia”. Per tornare al festival, Alice ha scelto un brano di Juri Camisasca, Il giorno dell’ indipendenza, probabilmente lontano dai clichè sanremesi ma decisamente in sintonia con il suo stile improntato alla ricerca e alla sperimentazione: “Negli ultimi anni ho allentato il rapporto con il grande pubblico. Non rinnego niente, ho sempre fatto quello che ero in grado di fare. Vorrei continuare ad ampliare i miei orizzonti musicali, sia nella direzione pop che in quella classica”. Il giorno dell’ indipendenza farà parte del nuovo album di Alice, Personal juke box, che uscirà proprio durante il Festival: il disco raccoglierà 16 brani, fra cui tre inediti, una serie di versioni riarrangiate dei suoi vecchi successi (Per Elisa, Cosa pensano, Tutto è niente, Dammi la mano amore, Open your eyes e molte altre), una versione di Chanson egocentrique realizzata con i Bluvertigo e una cover di This is not America di Pat Metheny e David Bowie. Ma la speranza di Alice è quella di realizzare un tour basato sulle canzoni di God is my dj, il progetto discografico di qualche mese fa con cui raccontava il suo ideale viaggio alla ricerca del sacro nella musica: “La mia intenzione è quella di andare in tour con Personal juke box tra aprile e maggio e di tornare a esibirsi nelle chiese in estate con God is my dj. Le canzoni di quel disco sintetizzano la mia idea dell’ essere artista. In realtà, Sanremo non mi preoccupa affatto. Vorrei andare avanti nella mia ricerca e magari riuscire a collaborare con artisti come Sakamoto”. - di ANDREA SILENZI


ALICE: "GOD IS MY DJ"
My Best life - 1999

Milano. Carla Bissi e Francesco Messina sono forse la coppia meglio assortita  della canzone italiana. Discreti, appassionati, profondi, stanno insieme da una vita senza mai dare la stura ad alcun pettegolezzo.
Un po’ perché vivono in campagna, dalle parti di Udine, e dunque alquanto decentrati rispetto alla tradizionale geopolitica dei media: soprattutto quelli più curiosi e più istituzionalmente portati al chiacchiericcio. E un po’ perché, vita privata a parte, anche le loro collaborazioni musicali sono costruite in modo da non lasciare spazio alcuno a quelle scorciatoie maliziose che rappresentano il sale delle cronache d’oggidì: sempre più portate al "gossip" più becero e fine a se stesso, anche quando l’oggetto d’attenzione dovrebbe essere l’arte.
Guardate per esempio il modo in cui è congegnato il loro ultimo lavoro a quattro mani: "God is my dj", appena edito dalla Warner Fonit. Sono 15 temi che spaziano liberissimamente da Gavin Bryars - qui presente con l’indimenticabile salmodia "Jesus blood never failed me yet", da lui raccolta nel 1973, a Londra, per la precisione a Hyde Park, dalla viva voce di un clochard ancora brillo per le libagioni della notte precedente - fino a un Anonimo dell’undicesimo secolo, ovviamente transitando per i mondi sonori di Franco Battiato e di Veljo Tormis, di Florian Fricke (dei Popol Vuh) e perfino di David Crosby: per dare vita a un "microcosmo sacrale" tanto originale quanto profondamente intessuto delle loro personalità. Proprio per questa ragione di questo interessantissimo disco conviene parlare con entrambi. Anche perché quasi stavamo dimenticando di avvertirvi che Carla Bissi altri non è che Alice: donna fascinosissima e di una bellezza sempre più solare, ormai lontana anni-luce da quella tenebrosissima "chanteuse" che trionfò al Festival di Sanremo con "Per Elisa".
Domanda d’obbligo: come nasce il progetto di "God is my dj"?
Francesco. "Nasce da un lontano giorno di alcuni anni fa, quando accettai, forse un po’ incautamente, l’incarico di inventare una specie di colonna sonora da diffondere nelle sale di una grande e suggestiva esposizione d’arte sacra: "Ori e tesori d’Europa", per la precisione. Il compito non era dei più semplici, perché, innanzi tutto, l’età delle opere esposte copriva un’estensione temporale di un migliaio d’anni almeno, e, di conseguenza, il solo tentativo di collezionare riferimenti precisi ed originali avrebbe portato a un risultato alquanto disomogeneo. Non bastasse, ci trovavamo in un museo, e non in una chiesa, e la sola idea di metter mano a una qualche partitura sacra con un approccio eclettico e disinvolto, tanto caro a certa New Age, mi metteva addosso un certo disgusto...".
E dunque?
Francesco. "E dunque non mi restava altro da fare che mettere insieme tutto quello che avevo per casa, trovando piano piano un criterio di scelta: forse poco ortodosso, ma alquanto funzionale. Fu così che epoche e stili finirono di tormentarmi, e "sacro" e "non sacro" cominciarono a scompaginare i confini ben tangibili e visibili che fino a quel momento li avevano tenuti separati. Fu così che, imprevedibilmente, precipitarono dentro un unico calderone Taverner e i Popol Vuh, Tormis e Pärt, Ligeti e Peter Gabriel, Messiaen e Terje Rypdal... A tutti questi signori, avrei voluto chiedere perdono in anticipo per i "misfatti" commessi a loro totale insaputa, ma non ne ebbi materialmente il tempo. Perché le cose andarono benissimo fin dal primo istante, tanto che i visitatori della mostra erano tutti fermamente convinti di aver ascoltato ESCLUSIVAMENTE musica sacra. Cosa evidentemente non vera, anche se indubitabilmente deve esistere un minimo comun denominatore fra un canto gregoriano, un coro estone che canta la storia di un topolino e una folk-song bulgara. E proprio per questo mi piace definire "God is my dj" alla stregua di "una ricerca del sacro nella musica". Qualunque essa sia e a qualunque epoca appartenga".
D’accordo. Ma quale potrebbe essere, allora, questo misteriosissimo "minimo comun denominatore"?
Carla. "Molto semplicemente, è il rapporto di confidenza che ogni essere umano - ogni musicista, in questo caso - riesce a intrattenere con l’evoluzione della sua anima. Nel mio caso specifico, tutte le quindici tracce dell’album possiedono un’inspiegabile capacità di alimentare la mia spiritualità. E’ un po’ come se aprissero una via di comunicazione verso un qualcosa che mi trascende, al punto che quando canto mi sento più un "canale" che una protagonista. E questo è davvero fantastico!".
Però, nonostante tutto, tu continui a rimanere, essenzialmente, una cantante pop. Come riesci a far coesistere dentro di te queste due anime così diverse?
Carla. "E’ un po’ faticoso, non ho alcun problema da ammetterlo.Perché, da una parte, il pop mi consente di esprimere una parte di me che continuo a considerare alquanto importante, ma, dall’altra, mi obbliga a rispettare regole e velocità di lavorazione che cominciano a starmi un po’ strette, e che quindi mi rendono un po’ nervosa. Non rinnego nulla, sia ben chiaro: perché, nel corso di tutti questi anni, la musica di consumo mi ha dato molto, e io ho dato molto a lei. Ma è indubitabile che se, ora come ora, potessi dedicare più tempo e più spazio a ricerche tipo "God is my dj", oppure al progetto "Art et decoration" realizzato qualche anno fa con l’Orchestra Sinfonica Arturo Toscanini, mi sentirei infinitamente più a mio agio. Ma forse è solo questione di tempo. E di pazienza, soprattutto...".
Un’ultima domanda, prima di chiudere. "God is my dj" è un aforisma che sta diventando molto popolare fra il popolo delle discoteche: tant’è vero che, prima di voi, l’aveva usato perfino Jenny McCarthy nel corso della penultima edizione degli Mtv Awards.E dunque... chi ha il copyright di questa magnifica formuletta?
Francesco. "Molto semplice anche questo. Il copyright, come lo chiami tu, risale ad almeno otto secoli fa, e lo detiene il mistico e poeta sufi Mevlana Jalalu’ddin Rumi. Che, come narra la storia, un giorno, colmo di gioia, per strada non potè resistere al desiderio di danzare, ruotando su se stesso al suono degli strumenti di lavoro degli artigiani del luogo. Per lui, quella era musica autenticamente divina, che lo condusse in un attimo all’Illuminazione. I Dervisci Mevlevi raccolsero la grandezza di quei passi, e cominciarono a diffonderli in giro per il mondo: io, più modestamente, mi accontento di aver riportato quell’immagine dentro il titolo di un cd. Per il momento mi basta...". di ROBERTO GATTI



DIO SCEGLIE LE CANZONI, ALICE LE CANTA (e vuole incontrare il Papa)
Rockol - 10 dicembre 1999



E' uscito da qualche giorno "God is my dj", di Alice: un album realizzato con Francesco Messina, che lo definisce come "ricerca del sacro nella musica, più che musica sacra". Quindici canzoni riunite in un progetto nato un anno fa, in forma di concerto, in occasione della rassegna "La musica dei cieli". Da David Crosby (due brani) ad Arvo Pärt fino a musicisti baltici e cividalesi, si tratta di un album che non si pone confini nel suo approccio "laico e panteista", come lo definisce Messina, alla musica sacra. Aggiunge Messina: «La scelta di interpretare brani di compositori provenienti dalla musica pop non è casuale, perché nel Novecento abbiamo avuto molta musica sacra su commissione, che tranne alcuni esempi non ha saputo rappresentare quello slancio che invece si trova in artisti come Battiato o i Popol Vuh» .
Alice ha presentato alcuni di questi brani a Milano, alla Rotonda di via Besana - luogo che fino al 9 gennaio ospiterà la rassegna "Tibet: arte e spiritualità". Ed è proprio sotto la gigantesca statua di Cenresig, il Buddha della Compassione (proveniente dal set di "Kundun" di Scorsese) che Alice ha intonato alcuni dei brani del disco, tra i quali "Jesus blood never failed me yet" (la famosa registrazione della voce di un barbone che Gavin Bryars trasformò in canzone per un album della "Obscure Records" di Brian Eno) e "Un oceano di silenzio" di Battiato - regalando attimi di stupore ai presenti con un salto dalle ottave più basse delle strofe a un ritornello cantato come soprano. «E' il pezzo, che lo richiede» , spiega la cantante: «Io mi sono buttata, giocando, in una gamma vocale per me nuova. Del resto questo disco è sicuramente il più vocale che ho mai fatto» . "God is my dj" sarà presentato a partire da sabato 11 dicembre in quattro duomi e basiliche pugliesi. Dopo di che, nessuna preclusione: «Farò un altro disco pop, proseguendo nell'altra direzione del mio percorso artistico. Sanremo? E' un santo che si può prendere in considerazione in base alle circostanze...» . Quanto alla coincidenza tra il "Dio dj" del titolo e quello descritto dai Faithless, Alice e Messina spiegano: «E' una cosa che abbiamo "scoperto per strada". La differenza è che il nostro Dio fa il dj, mentre il loro dio è il dj» . E parlando di religione, l'approccio "laico e panteista" alla musica sacra e il luogo scelto per presentarlo, portando i canti gregoriani tra i mandala, Alice precisa: «Come la maggior parte degli italiani sono cattolica, e cerco di essere una buona cristiana. E' proprio per questo che sono aperta alla ricerca della verità e a un'evoluzione spirituale. Ho avuto il privilegio di incontrare, alcuni anni fa, il Dalai Lama, ed è stato un incontro che mi ha lasciato qualcosa di immenso. Sono molto vicina alla causa tibetana anche se non sono buddhista. A questo punto mi piacerebbe avere il privilegio di incontrare il nostro Papa».



ALICE, L'UNIONE FA' LA FORZA: UN BEL LAVORO DI GRUPPO PER "EXIT"
La Stampa - 19 ottobre 1998


MILANO. Era dal 1995, con “Charade”, che Alice non faceva arrivare nei negozi un nuovo disco. “Exit” e’ infatti il titolo del nuovo prodotto dell’artista forlivese, sempre realizzato assieme al compagno di vita e arte Francesco Messina. “ Questo e’ un progetto - dice lei - piu’ ancora che un disco fine a se stesso. E’ un cd dove si sono fuse le sonorita’ che piu’ mi assomigliano e amo con il respiro internazionale regalatomi da alcuni artisti che ho voluto coinvolgere nel nuovo viaggio”. E quando parla di nuovi artisti Alice intende soprattutto quella Skye Edwards, voce del trio inglese dei Morcheeba, con la quale ha duettato per il singolo “Open your eyes” e Peter Hammill. Ma in “ Exit” sono tante le collaborazioni musicali come quella di Marco “ Morgan” Castoldi dei Bluevertigo e Luca Urbani dei SoErba. “Lavorare con questi ragazzi e’ un piacere oltre che un ottimo allenamento per aiutare la propria mente alle innovazioni musicali che girano attorno. I Bluevertigo sono una formazione di ottimi elementi con grandi doti e io stessa avevo collaborato facendo un’ospitata nel loro ultimo cd. Per Luca dei SoErba dovete sapere che lui e Morgan suonano e lavorano spesso insieme percio’ non e’ stato difficile averli tutti e due”. Ancora in “Exit” si trova l’arpa celtica di Vincenzo Zitello per il brano “Isole” e la bellissima “L’etranger” che ci fa scoprire un testo di Baudelaire da Lo Spleen di Parigi con la musica di Leo Ferre’. Alice e’ in grande forma, e’ felicissima del cambio di casa discografica (da sempre in Emi ha firmato un contratto con la Wea Italiana) e ha realizzato un disco che il pubblico, prima ancora della critica, sta apprezzando grazie al singolo apripista. “Nel cd precedente - spiega Alice parlando di “ Charade” - c’erano state un po’ di situazioni particolari che oggi guardo con piu’ serenita’”. di LUCA DONDONI



ALICE S'E' RIFATTA IL TRUCCO
La Stampa - 20 marzo 1996


E’ cominciato il tour europeo di Carla Bissi. Teatro Lirico esaurito per il concerto della cantautrice ad una svolta artistica.

MILANO. Alice si e’ rifatta il "make up" e questo cambiamento di look musicale, nell’aria da tempo, e’ oggi piu’ definito. La CARLA <ALICE> BISSI che abbiamo imparato a conoscere agli inizi della carriera non c’e’ piu’ anche se sono molti i fans che la ricordano con affetto. Per la data milanese del tour europeo che portera’ la cantautrice in mezza Italia e piu’ tardi in Finlandia, Germania, Belgio e Svizzera, il Teatro Lirico era tutto esaurito. Il pubblico che riempiva platea e galleria ha abbracciato la nuova svolta artistica di Alice che con l’ultimo cd, <Charade>, ha sottolineato ancor di piu’ il desiderio di atmosfere flou e suoni decadenti ma anche la presenza di testi che denotano una scrittura matura. Oggi, ad accompagnare la cantautrice che si e’ presentata su un palco spoglio sul quale trovavano posto solo gli strumenti e poche luci, ci sono alcuni dei musicisti piu’ interessanti della scena chic-pop inglese. Alla chitarra elettrica e acustica Robbie Aceto, al violino il giovane virtuoso Ben Coleman mentre alla parte ritmica i due ex membri dei Japan Steve Jansen (batteria) e Mick Karn (basso e clarinetto). Un ensemble cosi’ costituito permette di far volare la voce di Alice su vette che solo fino a poco tempo fa erano impensabili e gli applausi hanno premiato ogni esecuzione. Per tutta la durata del concerto c’e’ stato un grande spiegamento di elettronica e spesso i controcanti e i vocalizzi sono arrivati alla gente grazie a campionamenti e registrazioni digitali. Anche se e’ innegabile che durante lo spettacolo ci siano cambi tematici e le canzoni seguano ritmiche differenti, gli arrangiamenti, la stessa scelta dei suoni trasforma tutto in un brodo un po’ sciapo. Attenzione pero’, qui non si cade mai nella noia ammazzatutto. Alice ha una voce capace di coinvolgere chiunque e le sue poesie, i riferimenti alle esperienze umanitarie che l’hanno vista portare viveri e generi di prima necessita’ alle popolazioni colpite dalla carestia nell’ex Jugoslavia, toccano la mente e il cuore. Dopo la data di Torino di ieri sera AliceE iniziera’ il viaggio in Europa con la data di domani a Turku in Finlandia. di LUCA DONDONI



ALICE: CANTO LA PACE
Repubblica — 13 giugno 1995  




ROMA - Dodici canzoni per raccontarsi, un viaggio raffinato ai confini della canzone, dove la musica si schiude alla sperimentazione a tutto campo, senza confini di genere, tra seduzioni elettroniche e melodie ipnotiche. Alice riparte da Charade, il suo nuovo album, a tre anni di distanza dal precedente Mezzogiorno sulle Alpi. Un periodo particolarmente fecondo per la cantante forlivese - sia sul piano personale sia su quello artistico - che, grazie al progetto “Art & Decoration”, l’ ha portata a interpretare il repertorio classico in alcuni concerti tenuti assieme all’ Orchestra “Arturo Toscanini”, con il debutto al Teatro Regio della sua città. “Negli anni sono cambiata” assicura Alice “ho scoperto che se penso a me stessa non per come mi vedono gli altri, ma per come mi sento in realtà, tutto diventa più semplice. E riacquisto integralmente la mia libertà”. “In questo ultimo disco, in particolare” aggiunge la cantante “mi vivo come canale, come mezzo per comunicare il mio senso di appartenenza ad un modo più intenso di intendere la vita e i rapporti tra gli uomini. Tutto questo è il frutto delle mie più recenti esperienze di vita. Esperienze che mi hanno arricchita in modo straordinario. Io ho fatto una piccola cosa, e ne ho ricevuto di ritorno una cosa enormemente più grande”. Non vorrebbe aggiungere altro, Alice. Ma l’ inevitabile curiosità dei giornalisti - nel corso dell’ incontro che la cantante ha voluto si svolgesse nella singolare atmosfera di una galleria d’ arte di Trastevere, tra le sculture di Ines Fontenla e Itaru Mishiku - è tale da “costringerla” a rivelare quanto lei, per timore di possibili strumentalizzazioni, non vorrebbe si sapesse. “Sono stata in Bosnia, più di una volta, accanto ai medici italiani del gruppo Ministerium salutis, in missione umanitaria. No, nessun atto di eroismo, credetemi. Ho avvertito il peso terribile della guerra, ho sentito il rumore sinistro delle bombe, ma non ho corso alcun rischio. Sono andata laggiù perché, ad un certo punto della mia esistenza, ho risposto ad un impulso irrefrenabile ad agire, a condividere ciò che sento dentro di me con chi ha bisogno”. Alice, adesso, si sente più consapevole, serena e determinata. Con la voglia di aprirsi sempre più, di porsi nuove domande, con la stessa ansia di conoscenza che la animava da bambina, e che ora confida in Non ero mai sola, il singolo del disco, di cui è stato anche realizzato un videoclip in bianco e nero, diretto da Massimo Gardone. E l’ attitudine ad aprirsi, allontanandosi dalle solitudini private, si traduce nelle nuove canzoni, perché “ciascuno di noi può contribuire ad alimentare la pace, e io ho a disposizione la musica”. Dal suo produttore Francesco Messina, Alice confessa di aver imparato l’ importanza della condivisione di un progetto. Così anche stavolta, come negli ultimi dischi, è arrivato il contributo prezioso di musicisti affermati: Trey Gunn dei King Crimson, il violinista Stuart Gordon, i California Guitar Trio e, tra gli italiani, il chitarrista Marco Guarniero e il trombettista Paolo Fresu. Ne consegue una serie di canzoni di grandissima ispirazione lirica e sonora, dove la sciarada enunciata dal titolo è il gioco della vita. La posta in palio è altissima, Alice la affronta con straordinaria vitalità, in un flusso ininterrotto di emozioni. Che, dal vivo, sono rinviate al tour italiano ed europeo che avrà inizio il prossimo novembre. - di FLAVIO BRIGHENTI



ALICE: “ Cosi’ ho aiutato le vittime della guerra “.
Corriere della Sera - 9 giugno 1995

La cantante racconta, a malincuore, le sue due missioni umanitarie a Spalato.

MILANO . “Ho lavorato per la Bosnia ma non fatemi passare per un’ eroina”. S’ infuria Alice, ovvero Carla Bissi da Forli’ , 40 anni, cantante in carriera dal ‘ 71, appena apprende la notizia diffusa da un’ agenzia di stampa che la descrive sotto le bombe in Bosnia, per alcuni mesi del ‘ 93, accanto ai medici italiani di Ministerium Salutis la’ accorsi a portare aiuto, e che dipinge il suo nuovo disco “Charade” una sintesi di quell’ esperienza. “E’ davvero scandaloso come si fa informazione oggi. Mi fanno arrabbiare le notizie che non corrispondono alla verita’ . E ritengo che chi devia la realta’ per crearne una finta dovrebbe essere radiato dall’ Ordine dei giornalisti”, protesta. E chiarisce subito com’ e’ nata la sparata giornalistica che tanto l’ amareggia: “L’ altro giorno a Roma m’ hanno chiesto, richiesto e chiesto ancora, che cosa avessi fatto in tutto questo tempo, dall’ ultimo disco che ho pubblicato nel ‘ 92. Allora ho raccontato dei due viaggi a Spalato, in territorio croato, che ho fatto al seguito di un’ associazione medica italiana e che avevo tenuto gelosamente nascosti perche’ immaginavo accadesse cio’ che ora e’ in effetti accaduto: che gli venisse data un’ importanza che non hanno se non esclusivamente per me. Addirittura ho rinunciato a uscire allo scoperto, sfruttando la mia popolarita’ per raccogliere soldi utili all’operazione umanitaria pur di non farmi pubblicita’ “. Alice e’ stata dunque fraintesa, strumentalizzata “a scopo di scoop”, come dice lei. Ma voleva davvero andare in Bosnia per soddisfare un “intimo bisogno”: “Ed e’ stata un’ esperienza umanitaria che ha naturalmente influito su di me come persona e quindi anche come artista. Mi hanno arricchito”, ammette. Assicura: “Ho fatto quello che fa molta gente nient’affatto popolare. Ho voluto contribuire a portare aiuto a chi ne ha bisogno, ho voluto essere utile, e non solo con i pensieri. Perche’ quando si percepisce la vita e il prossimo con amore, ti si apre dentro una porta e la sofferenza degli altri diventa la tua”. Con pudore racconta come sono nati questi due viaggi a Spalato: “Sono paziente e amica di un medico omeopata che fa parte dell’ associazione Ministerium Salutis, che e’ impegnata ad alleviare le sofferenze nei normali ambulatori e laddove c’ e’ una situazione di emergenza. L’ associazione raccoglie fondi, compra medicinali e macchinari e li porta a destinazione, per avere la sicurezza che il necessario arrivi davvero a destinazione”. Qual e’ stato il suo ruolo in quei viaggi, Alice fa presto a dirlo, con impressi indedelibili nella memoria “la devastazione e la dignita’ “ della gente di Bosnia: “Non certo l’ infermiera! Qualche volta ho guidato e qualche volta ho fatto il manovale per scaricare il materiale medico all’ ospedale di Spalato. Avremmo dovuto andare anche a Mostar, ma proprio non fu possibile arrivarci”.di GLORIA POZZI 



ALICE: LE MERAVIGLIE ARRIVARONO COL MAGO ZURLI'
Corriere della Sera  - 1 agosto 1994



Una delle cantanti piu’ raffinate racconta il suo rapporto con il destino che la lancio’ in un concorso per bambini
Carla e’ timida, Alice e’ aggressiva. Carla e’ morbida, Alice e’ spigolosa. Carla starebbe sempre in casa a sentire musica e a far “grattini” ai gatti, Alice va per il mondo e canta. Due anime in conflitto dialettico racchiuse in un solo corpo, quello sottile ed elegante di Carla Bissi, in arte Alice, cantante dall’ “Io” diviso, esploratrice di territori musicali poco frequentati, ai confini tra “classica” e “leggera”. Due etichette pericolosissime Ha quarant’ anni questa ragazza di Forli’ dai capelli lunghi e bruni, la voce ricca e profonda, la sensibilita’ acuta e controcorrente. Una che a ventisei anni aveva vinto Sanremo e quasi se ne vergognava. Una che odia l’ apparire, la televisione, i discografici e il loro mondo, che ama la quiete di un giardino, il suo compagno, la poesia, la ricerca interiore, Bach, Satie... E cosi’ si e’ fatta la fama di “cantante colta”, di “cantante scomoda”, due etichette pericolosissime. Fuori dall’ ordinario anche i suoi “attimi fuggenti”. Treni persi? “Sicuramente tanti, ma non me ne sono accorta. Quello che finora ho lasciato passare e’ il treno della maternita’ . Ma non e’ ancora detta l’ ultima parola. Fino a trent’ anni non fare figli era stata una scelta, dopo e’ diventato solo un caso. Ma non cerco la maternita’ biologica, non mi interessa che sia “sangue del mio sangue”. Sempre piu’ penso all’ adozione: tanti, troppi, bambini soffrono nel mondo... Ma in Italia adottare e’ cosi’ difficile. Se non sei regolarmente sposato, se sei single, per la legge non hai diritto ad avere un bambino. Comunque non mi arrendo, sto anche prendendo contatti con alcune persone in India...”. Treni presi? “Pochi, ma li ricordo uno per uno”. Anche quello non cercato ma che nell’ 81 la porto’ a Sanremo e la fece vincere con la bella e difficile “Per Elisa”. “Fosse dipeso da me non ci sarei andata neanche morta. Su quel treno sono stata issata a forza dagli amici e collaboratori di allora. Battiato per primo, che come al solito aveva visto giusto, perche’ quel premio certo mi e’ servito, mi ha aperto molte porte. Pero’ ... In quel mondo mi son sempre sentita fuori posto. Oggi non metterei piede a Sanremo nemmeno se me lo ordinasse il dottore. E un festival che non significa niente per la musica, un ricettacolo di canzoni banali, il cui unico senso sta nel business”. Molto meglio altri convogli, ciascuno dei quali ha un suo nome e cognome. “Persone arrivate in perfetto orario, quando la mia vita si trovava a una svolta. Ogni mio mutamento interiore e’ sempre coinciso con un incontro chiave. La mia prima stella polare e’ apparsa a 8 anni: il maestro Bocca, un pianista. Ero andata in gita con i miei genitori a San Marino. La’ vidi dei manifesti che annunciavano una gara canora per bambini con Mago Zurli’ . Lui, il mago con i lustrini in testa, era il mio idolo. Feci il diavolo a quattro finche’ mi portarono. E mi esibii con la mia canzoncina. Fu allora che il signore che ci accompagnava al piano, il maestro Bocca, disse: “Questa bambina ha talento, fatele studiare canto”. Se quello fu il primo dei suoi “magic moments”, il secondo arrivo’ con Battiato. “Ho incontrato Franco a venticinque anni. Io gia’ cantavo ma non ero soddisfatta. Sentivo la necessita’ di affermarmi come cantautrice, avevo molte cose da dire ma nessuno che stesse ad ascoltarmi. Lui mi ha detto: va bene, ma prima devi lavorare a livello compositivo. Battiato e’ stato davvero fondamentale per la mia vita e la mia carriera: mi ha aperto nuovi mondi, mi ha fatto vedere oltre l’ orizzonte, mi ha aiutato a esprimere i caratteri piu’ interessanti della mia vocalita’ . Insieme abbiamo fatto due album (“Capo Nord” e “Alice”), insieme siamo saliti sui “Treni di Tozeur” (ecco un treno preso, e neanche tanto simbolicamente). Poi quella comunione artistica si e’ interrotta. Le nostre esigenze non collimavano piu’ , ciascuno riprese la sua strada. Siamo comunque rimasti molto amici, ci sentiamo sempre, sappiamo di poter contare l’ uno sull’ altro”. Da Franco a Francesco il passo fu breve. “Conoscevo Francesco Messina dai tempi di Battiato, ma il nostro incontro e’ nato solo dopo. Privato prima di tutto, poi anche artistico. Un legame coinciso con il desiderio di slegarmi da un sistema illusorio, fondato sull’ ipocrisia. Il successo non era piu’ tra i miei obiettivi, quello che cercavo, che cerco, e’ l’ autenticita’ dei rapporti, il comunicare i miei sentimenti profondi, le mie idee. Vorrei tagliare con le cose inutili, i riti sociali non mi interessano. Voglio stringere la mano solo a chi mi va, non ho tempo da perdere. “Avverto molto il tema di questo colloquio: l’ attimo fuggente, la fragilita’ della vita... Non voglio sprecarla in scemenze, ma cercare di vivere ogni attimo intensamente, con le sue gioie e le sue sofferenze. Sono stata per troppo tempo dentro un scatola di vetro cercando di preservarmi da quello che c’ era fuori. Finalmente ho rotto quel vetro e vivo in presa diretta. Bisogna allargare lo sguardo, diventare gli altri, le piante, i bambini, gli animali. Cose semplici che Qualcuno e’ gia’ venuto a dirci. Basta metterle in pratica. E se anche tutto sembra perduto, alla deriva, qualcosa si puo’ sempre fare, magari una piccola cosa. Cristiana? Tento di esserlo e di seguire una mia ricerca interiore, sulle orme di quel grande spirito che fu Gurdjieff”. Scendere ogni tanto dalla giostra Per occuparsi di tutto cio’ e per soddisfare il suo bisogno di “scendere ogni tanto dalla giostra”, Alice sparisce di scena per due anni. Per tornare alla ribalta tutta nuova. “Sono fiera e orgogliosa d’ aver ascoltato le insistenze di Francesco. Lui e’ la mente, io la voce. Con lui ho realizzato “Melodie passeggere”, primo contatto con l’ ambito classico, con Ravel e Faure’ . Poi e’ stata la volta di “Art e decoration”, gli incontri con Satie, Villa Lobos, Janacek...”. E adesso? “Adesso ho tanti progetti: un nuovo disco sul tema dei sentimenti; una compilation (con altri artisti tra cui Battiato) i cui proventi andranno a sostegno del Centro immigrati; un brano per la colonna sonora di un film. Ma non vorrei parlare troppo, sono stanca di parole, quel che conta sono i fatti” – di MANIN GIUSEPPINA



ALICE SENZA CONFINI CON LA GRANDE ORCHESTRA
Repubblica — 19 maggio 1994  


MILANO - “Non sento nessuna differenza tra la buona musica leggera e la classica, ma stavolta ho studiato molto prima di affrontare l’ impegno proibitivo di questo mio nuovo recital”. Sempre più eterea Alice, camicetta di piqué bianco e grandi occhi spalancati, cerca le parole giuste per descrivere Art et Decoration, il concerto che affronterà, domani a Parma, con l’ orchestra sinfonica dell’ Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”, diretta dal maestro Alessandro Nidi. Ottanta professori d’ orchestra tutti per lei, che l’ accompagnano in un sofisticatissimo florilegio di “mélodies” inizio secolo, perlopiù francesi. Ma oltre ai già sperimentati Satie e Ravel, figurano in locandina anche nomi da culto come Reynaldo Hahn, compositore e direttore d’ orchestra nato a Caracas nel 1875 e morto a Parigi nel 1947, e Geni Sadero alias Eugenia Scarpa, cantante italiana di origine turca nata a Costantinopoli nel 1886 e morta a Milano nel 1961. Alice, alias Carla Bissi, ha affrontato studi molto pedanti con professori di madrelingua, per cantare correttamente in portoghese e in inglese alcune pagine di autori eccellenti come Heitor Villa-Lobos e Charles Ives. Come si può intuire già da questi nomi, è un programma molto snob che sfiora il disegno liberty o l’ abbellimento déco. “E’ musica scritta per soprano” precisa Alice estatica “ma a me interessa un’ interpretazione sul filo della delicatezza, che è il sentimento che io vivo oggi. Sono molto interessata al recupero della semplicità, alla comunicazione attraverso il sentimento più aperto”. Schierati accanto a lei al tavolo di un esotico bistrot russo di Milano, tutti i suoi fedeli collaboratori, da Francesco Messina al maestro Michele Fedrigotti, che ha orchestrato i brani prescelti. Tutti infervorati a sostenere la tesi della musica senza confini, oltre le barriere. E proprio per andare fino in fondo sulla via della confusione dei generi, l’ esibizione dell’ orchestra “Arturo Toscanini” prevede nel secondo tempo un’ altra pagina del primo Novecento, Voyage in America, con il lanciatissimo pianista jazz Enrico Pieranunzi impegnato nell’ esecuzione del secondo (e poco noto) Concerto di Darius Milhaud e della suite I got rhythm di George Gershwin. Alice, Pieranunzi e l’ orchestra sinfonica per ora suonano solo in casa: domani, venerdì 20, al Regio di Parma, sabato 21 al Rossini di Lugo di Romagna, martedì 24 al Valli di Reggio Emilia e mercoledì 25 all’ Astra di Forlì, città natale di Carla Bissi. Poi chissà: se tutto andrà bene, il tour dovrebbe replicare anche nei mesi estivi, in posti all’ aperto e fuori dall’ Emilia-Romagna promotrice. Con l’ occasione, Alice ha anche annunciato il suo brusco divorzio dalla Emi Italiana, che ultimamente ha pubblicato senza il suo consenso una versione techno-dance di Chanson egocentrique, tagliando fra l’ altro la voce di Franco Battiato. “L’ ho sempre cantata in duetto con lui” ha bisbigliato Alice visibilmente amareggiata “ma mi rifarò presto con un nuovo album di canzoni che ho già in mente. Quando avrò trovato un’ altra casa discografica adatta a me...”.


ADESSO L’ESPLORATRICE ALICE NON HA PIU’ POSTO “PER ELISA”
Corriere della Sera - 16 luglio 1992


Concerto a Villa Arconati a Castellazzo di Bollate - Band d’ eccezione alle porte di Milano nell’ applaudito recital fra blues, canti della Transilvania e Pasolini
MILANO  - Sono in mille e non se ne vogliono andare da Villa Arconati a Castellazzo di Bollate. Urlano la loro voglia di ascoltarla ancora, dopo un’ ora e quaranta di concerto. La incitano a tornare sul palcoscenico e invocano: “Per Elisa”, “Per Elisa”, “Per Elisa!”. In una sala della splendida villa, Alice si sta dedicando agli amici e non pensa di riproporsi sotto i riflettori per interpretare la canzone con cui vinse a Sanremo nell’ 81. Sprizza felicita’ l’ artista forlivese che dopodomani sara’ a Miglionico (Matera) e domenica a Nereto (Teramo): nella sua performance (18 canzoni) ha fatto lo slalom tra il nuovo album “Mezzogiorno sulle Alpi” e il penultimo, di tre anni fa, “Il sole nella pioggia”, conquistando applausi via via piu’ convinti. Vestita con semplicita’ , avara di parole con la platea, la gestualita’ essenziale ed elegante, ad Alice vanno i complimenti di tutti i presenti per il coraggioso tentativo che compie di allontanarsi dal mondo delle canzonette per intraprendere la strada piu’ impegnativa della ricerca interiore, poetica, musicale e vocale, e per la felice scelta dei musicisti della band: Danny Thompson (fondatore dei Pentangle e collaboratore di Kate Bush e di Sylvian) e’ al contrabbasso; Jakko Jakszyk (Level 42 e Tom Robinson) alla chitarra; Steve Jansen (Japan e Annie Lennox) alla batteria, Richard Barbieri (Japan e Sylvian) alle tastiere, Stefano Battaglia (impegnato nella classica e nel jazz) al piano e Bobo Romani ai fiati. Nella sua esplorazione Alice (Carla Bissi, classe 1954) tocca le corde piu’ intense della sua sensibilita’ e accarezza ritmiche alquanto originali: e’ raffinatissima, leggiadra, anche un filo enfatica ed estraniata. All’ inizio, i presenti sembrano un po’ intimiditi, quasi messi in soggezione dalla sua operazione cultural - musicale. Ma e’ solo un attimo: dopo “Lungo ritorno a casa” e “Il colore della lontananza”, l’ atmosfera si sgela e con “Blue melody” di Buckley, la “prima, dolce esperienza un po’ blues” d’ Alice, la gente le regala un’ ovazione. Inanella la struggente e ariosa “Passano gli anni”, “In viaggio sul tuo viso” corredata di canto tradizionale transilvanico per approdare a due prelibatezze poetiche, “La recessione” di Pier Paolo Pasolini e “Anin a gris” di un’ autrice friulana. Alice recupera per il finale anche un po’ del suo passato seppur non remotissimo: sorvolando sulla preziosa collaborazione passata con Battiato, chiude con “Nomadi” e “Il vento caldo dell’ estate” e prova che l’ impegno non fa rima con noia. – di GLORIA POZZI



SOFISTICATA ALICE DONNA D'ALTOPIANO
La Stampa - 19 aprile 1992


MILANO - Nella fervidissima stagione discografica all' italiana, e' suonato il tempo del ritorno anche per ALICE, l' ombrosa creatura nata alla scena musicale in un ormai lontano Festival sanremese del 1981 con <Per Elisa>. Ricordate? Da allora molta acqua e' passata sotto i ponti della sua carriera: a una stagione gloriosa sotto il segno di Battiato, di cui e' stata l' interprete femminile piu' giusta, sono seguiti anni di smarrimento artistico. Poi, con una caparbieta' tutta romagnola, CARLA BISSI da Forli' alias ALICE ha tentato, con l' aiuto del suo compagno e produttore Francesco Messina, una strada piu' originale e decisamente ambiziosa, il cui ultimo esito, in uscita in questi giorni e abbastanza convincente, s' intitola <Mezzogiorno sulle Alpi>. Questi sono anni di ricerca e ognuno porta alla comune casa musicale il suo contributo. ALICE vuol saltare oltre la forma/ canzone in versi e spiega: <Sono testi nati a priori, pensieri indipendenti dalle canzoni ma poi utilizzati con la musica. Non seguo la tradizione, mi muovo con la massima liberta' in una musica quasi impressionistica. Ho avuto un percorso artistico accidentale, ora mi sono fermata su una forma precisa>. La mescolanza di pensieri, sensazioni, citazioni e' accompagnata da una musica fortemente evocativa, alla quale hanno dato il loro contributo artisti come Dave Gregory degli XTC e Richard Barbieri gia' nel gruppo cult dei Japan. Il punto, per cosi' dire, concettuale di partenza e' un quadro di Segantini, che raffigura una donna su di un altipiano alpino e offre una sensazione di calma, di riflessione. Non si tratta di un' operazione discografica di massa, piu' modestamente e' il tentativo di realizzare in canzone un voler essere che tutti abbiamo dentro e spesso resta li' senza sbocchi. Lo sfoggio di personaggi nel percorso musicale va da Pasolini a Chatwin, da Hesse a Tim Buckley; ma la sofisticata dimensione del lavoro non manchera' di trovare un suo pubblico. ALICE fara' due concerti il 30 marzo a Bari e il 1 giugno a Bergamo, per poi affrontare un tour estivo in alcune suggestive piazze italiane. - di MARINELLA VENEGONI




ALICE E I SUOI UOMINI DA BUCKLEY A PASOLINI
Repubblica — 19 aprile 1992


ROMA - Alice davanti ad un tè all' albicocca e un nuovo album da presentare; Alice che non è donna ' da donne' , che non ha complicità, ma forse una timidezza che la rende algida, alle volte aggressiva, alle volte distante. Ha fatto un disco di uomini, Mezzogiorno sulle Alpi (ed. Emi), suonato da uomini, anche illustri come Gavin Harrison, Danny Thompson (uno dei fondatori dei Pentangle, già accanto a Tim Buckley, David Sylvian, Kate Bush), Richard Barbieri (Japan, Dolphin Brothers fino all' attuale Rain Tree Crow), Martin Elliott (che suona con Michael Nyman), i nostri Paolo Fresu e Francesco Battaglia, valenti jazzisti. Il tutto prodotto e realizzato da Francesco Messina, che di Alice è il compagno, la spinta intellettuale, l' autore dei testi delle canzoni. "Perché dovrei negare che ci siano stati degli incontri importanti, fondamentali nella mia vita? No, non mi sono fatta da sola, non ho questa presunzione, ma nessuno si fa da solo. Per arrivare dove sono oggi ho percorso un cammino faticoso, lento, anche perché quando sono partita non avevo ben chiaro dove avrei voluto arrivare". La partenza fu addirittura un Castrocaro vinto nel ' 71, poi dieci anni dopo ' Capo Nord' , l' incontro con Battiato, e il trionfo a Sanremo con ' Per Elisa' . Da quel momento in poi la lotta diventa contro chi vorrebbe che lei quella canzone la cantasse in eterno. Nel 1988, dopo Eurofestival e Azzurri varii, un altro grande incontro, quello con la musica francese del ' 900: esce ' Mélodie passagère' e lei canta Satie, Fauré, Ravel. "E' con Battiato che ho iniziato a comporre musica, tanto che Mezzogiorno sulle Alpi è quasi tutto scritto da me". Le musiche sono soavi, se non fosse un termine oramai troppo abusato si potrebbe definire un disco new age. Le citazioni sulle note di copertina sono infinite, forse troppe, e tutte riguardano uomini: la canzone del titolo è nata da un quadro di Segantini; per In viaggio sul tuo viso i riferimenti sono Huxley, De Gregori, Pandolfi, e un gruppo tradizionale ungherese, i Muzikas; Blue Melody è proprio quella di Tim Buckley, cantautore ' maledetto' morto per droga nel ' 75 a meno di 30 anni, che Alice canta in inglese; per Neve d' aprile si cita Platonov; per Il colore della lontananza Beniamino Placido, Hesse, Herzog, Chatwin, Handke e anche Messner; ancora Handke e Pietro Germi per Lungo ritorno a casa; un altro pittore, Gaetano Previati, è l' ispiratore di Madre notte; lo scrittore giapponese Natsume Soseki (autore di ' Anima' , uscito per ' L' ottava' , collana un tempo diretta Battiato) e il grande poeta (Nobel) Tagore in Luce della sera; di Pasolini, Alice canta una poesia La recessione, originalmente scritta in friulano. Insomma, molta carne al fuoco. "Canto quello che sento mio. Però non vorrei che mi si pensasse come qualcuno che viva con la cuffia in testa ascoltando Satie, poi al cinema a vedere Herzog e infine di corsa a casa a leggere poesie di Pasolini in friulano. Non è così. Mi piace vivere tra la gente, ma non quella delle città. Una parte del disco è stata registrata in uno studio ' casalingo' vicino Udine, poi a Milano. Mi piace sedermi al bar del paese, mi guardo attorno, parlo con gente semplice di cose semplici. Quello che detesto dei nostri tempi, del mio mestiere, è quel desiderio di protagonismo che ha appiattito tutto". Perché tanti musicisti stranieri nel suo disco? "Perché ognuno di loro garantisce un suono particolare; è una cosa che in Italia, tra i nostri seppur validi musicisti, non esiste". Che rapporto ha Alice con la televisione? "Nessuno, proprio nessuno. No, qualcosa ho visto di recente, un programma divertente su RaiTre...". - di LAURA PUTTI

  
RECENSIONE "IL SOLE NELLA PIOGGIA"
di Claudio Fabretti, Ondarock


Anche quel poco che in "Park Hotel" era ancora approssimazione si traduce in magia su "Il sole nella pioggia" (1989), l'album che porta a compimento un triennio di sperimentazioni, collocandosi al vertice dell'intera discografia di Alice.
Certo, il cast è davvero straripante: Steve Jansen e Richard Barbieri (ovvero metà dei Japan), due straordinari trombettisti come Jon Hassell e Paolo Fresu, Dave Gregory degli Xtc alla chitarra, Jan Maidman (Penguin Cafe Orchestra) al basso, il turco Kudsi Erguner al flauto ney, e, dulcis in fundo, Peter Hammill dei Van der Graaf Generator. In più, c'è la mano di Juri Camisasca, che stavolta firma quasi tutti i (bellissimi) testi.
Domina quel misticismo ethno-world che stava esplodendo in quegli anni, sotto la regia di guru come Peter Gabriel, David Byrne, David Sylvian. Le liriche di Camisasca - vicine a quelle del contemporaneo Battiato - ne rappresentano un'originale variante italiana, al servizio di un suono sempre più sofisticato, in cui le tonalità eteree dei synth si saldano con i timbri secchi delle trombe e con l’inconfondibile drumming profondo di Jansen. Tra oasi di luce e oceani di silenzio, si stagliano però anche le canzoni, tutte particolarmente incisive e arrangiate con rara maestria. Il singolo "Visioni" non rinuncia alla vena pop nel ritornello, ma la fa planare su una distesa di tastiere, ad accompagnare il viaggio degli anacoreti nel deserto. La title track è un’elegia sospesa tra nuvole di synth e scandita da ritmi tribali africani.
Tutto il disco è una lenta ascesa dalle piccole cose quotidiane all'eternità: "Il messaggio è nel silenzio e nella sobrietà" è l'insegnamento de "Il tempo senza tempo", gioiello di rarefatta eleganza con il contralto caldo di Alice al servizio di una melodia umbratile, che non avrebbe sfigurato tra i "segreti dell'alveare" del suo nume David Sylvian. E un'altra tappa commovente del viaggio è quella ai piedi del "continente perduto" de "L'era del mito": l’intro chitarristica di Gregory prepara il terreno a un'altra ballata magica, che si apre in una melodia dolcissima, sempre sorretta dalla chitarra e con un solo di tabla speziato d’Oriente. E' un continuo dibattersi tra la corruzione del mondo e la purezza dell’immensità: così anche "Le baccanti" che lavano “i capelli scintillanti” mentre i sottomarini nucleari si inabissano divengono epitome di candore ancestrale.
Ad ampliare il range, provvede un trio di brani più "eccentrici": "Anìn a grìs", morbida rilettura di un brano tradizionale del Friuli (regione “adottiva” di Alice), la nenia medievale di "Orléans" (già rivisitata da David Crosby in "If I Could Only Remember My Name") qui in versione a cappella, e la cover “dilatata” di "Le Ragazze di Osaka" di Finardi. "I cieli del Nord" è invece la nuova registrazione di "Le Scogliere di Dover", già edita sulla compilation giapponese "Kusamakura" nel 1988.
Sono canzoni originali e preziose, radicate nella poetica italiana, ma con un respiro universale quasi del tutto inedito nelle produzioni nostrane. Non stupisce, quindi, che a chiudere l'album sia un duetto (in inglese) tra Alice e sua maestà Peter Hammill ("Now And Forever").



ALICE, SERENA TRA I GRANDI
Repubblica — 20 settembre 1989



ROMA - Un disco contro il mordi e fuggi al quale ci ha abituato l' industria discografica, contro il consumismo musicale, le cassette da ascoltare in automobile, in discoteca o facendo altro; un disco importante questo nuovo di Alice, che invoca concentrazione, quiete di ascolto, che chiede impegno. Si intitola Il sole nella pioggia (ed. Emi) e contiene cinque canzoni di Yuri Camisasca, una di Peter Hammill, Le ragazze di Osaka di Eugenio Finardi, Cieli del nord con la quale Alice rappresentò l' Italia al Festival Yamaha di Tokio l' anno scorso, Orleans motivo tradizionale del 1300 francese con l' arrangiamento vocale di David Crosby e Anin a gris che in dialetto friulano significa andiamo a grilli. E' una poesia di Maria Di Gleria, una poetessa friulana. Alice, bella e severa, dolce e rigorosa, fragile e intollerante, racconta che ha scelto una poesia in dialetto friulano per respirare aria incontaminata, per fermare le sensazioni che dà una regione che vive senza fretta, non ancora stritolata dalle tensioni di oggi. Nel disco suonano alcuni tra i più importanti e prestigiosi nomi della musica di oggi; non sono musicisti rock, non si possono dire del tutto jazz o new age, sono artisti fuori dalle mode, celebrità per i pochi eletti che fanno lo sforzo di interessarsi alle loro musiche: si chiamano Steve Jansen e Richard Barbieri (ex Japan ora Dolphin Brothers), Dave Gregory (Xtc), Jan Maidman (Penguin Café Orchestra), il grande trombettista Jon Hassell, Peter Hammill, già leader dei gloriosi Van Der Graaf, poi il trombettista Paolo Fresu, il flautista turco Kudsi Erguner, già con Peter Gabriel nel suo ultimo Passion, il bassista Stefano Cerri, il tastierista Marco Liverani: il tutto è come di consueto prodotto da Francesco Messina, che ha avuto l' idea e si è dato da fare (molto) per avere in studio tutti questi mostri sacri. La foto di copertina dell' album è di Sheila Rock, fotografa giapponese molto alla moda nell' ambiente musicale inglese e americano nonché compagna di Steve Jansen. E dobbiamo dire che Alice l' abbiamo vista fotografata meglio. Le canzoni di Camisasca sono bellissime; testi importanti, poetici, mistici, scritti da quello che oggi è un monaco solitario, quasi un eremita. Dicono Nelle valli dove le acque scorrono in silenzio le iniziative personali, i rituali non servono (Il sole nella pioggia), Visioni passando il mio tempo a comprendere dove è nascosta la quiete e s' incrociano le relazioni (Visioni), Il messaggio è nel silenzio, nella sobrietà. Dal vuoto risale la dignità che ha senso: in quest' angolo di terra ritrovo il comportamento nella libertà (Tempo senza tempo). Alice, c' è qualcosa anche della sua vita nei testi che canta nel disco? Ho un' identificazione quasi totale con le liriche; diciamo che ho scelto di vivere in modo diverso da Camisasca, che non ho fatto una scelta drastica, ma credo che sia anche più difficile cercare nella vita di tutti i giorni le cose di cui lui parla. Com' è stato lavorare con Jansen e gli altri? Jansen e Barbieri sono stati in studio quasi sempre, Hammill ha registrato al sua canzone e Hassell i suoi assoli: è stata una grande cosa conoscerli, ho capito che i più grandi sono al servizio della musica e non il contrario. L' incontro con Hassell è stato magico: la sua è una grandezza che lascia il segno. - di LAURA PUTTI 


ALICE HA SCOPERTO IL SUO 'ELISIR'
Repubblica — 14 novembre 1987


MILANO - Dalla Germania, Alice ha portato in valigia tanti applausi e un nuovo album. Appena scesa dall' aereo, la cantante forlivese ha voluto subito festeggiare il doppio avvenimento a casa sua con tè, pasticcini e qualche amico. L' album si chiama Elisir, e allude chiaramente all' elisir di lunga vita che possono rappresentare certe canzoni per un interprete. Solo un pezzo nuovo, Nuvole, che del resto Alice canta da tempo nei suoi recital, il resto è semplicemente una nuova "impaginazione" di canzoni vecchie: Il vento caldo dell' estate e Hispavox (che una volta s' intitolava Rumba rock) dal Lp Capo Nord, I treni di Tozeur apparso nella prima versione solo su singolo Notte a Roma da Falsi allarmi, Una notte speciale da Alice e La mano dall' album Azimut. C' è anche una chicca a sorpresa: The Fool On The Hill, classico brano dei Beatles, che Alice canta in inglese. "Elisir viene a un anno di distanza da Park Hotel" dice la protagonista. "Un album che continuo ad amare molto, anche se in Italia ha avuto critiche non tutte favorevoli. Ha venduto bene, comunque. E in Germania è andato addirittura benissimo". La interrompe con voce tenera Francesco Messina, produttore, consigliere, arrangiatore e amico del cuore, per spiegare la storia dell' ultimo disco: "All' origine, doveva essere un album dal vivo. Con tutti i concerti e tour che Alice ha fatto negli ultimi mesi in Svizzera, Italia, Austria e Germania, avevamo a disposizione nuovi arrangiamenti di canzoni rivisitate che Alice ama in modo particolare. e sembrava logico farne un disco dal vivo. Ma poi andare in studio ci è sembrato meglio, credo che ora il risultato dei suoni e della musica sia molto migliore". Ma oltre all' album che esce in questi giorni, Alice muore dalla voglia di parlare dei suoi trionfi in terra tedesca. Otto affollati e eccitatissimi concerti in città come Francoforte, Colonia, Monaco, Dusserldorf, Manheim, Amburgo, Hannover, Osnabrck. "Tornavo in Germania dopo quattro anni. E sono cambiate molte cose nel frattempo. Stavolta i teatri erano più prestigiosi, spesso sale da musica classica, e l' accoglienza è stata davvero fantastica. Un pubblico entusiasta che non la finiva mai di applaudire e di chiedere bis. Sono proprio contenta". Adesso Alice ha in programma ancora un salto in Germania per ritirare il premio della critica tedesca e qualche apparizione televisiva in Italia per la promozione di Elisir. "Poche, perchè non mi piace troppo fare la pubblicità. Neanche ai miei dischi". E poi un meritato, pigro anno sabbatico. Un anno di riposo, ma anche di ripensamento e di preparazione di progetti nuovi. "Il mio prossimo album tutto di canzoni nuove uscirà l' autunno prossimo. Il tour a seguire è previsto per la primavera del 1989". - di GIACOMO PELLICCIOTTI

ALICE, PURA SPIRITUALITA’ - Park Hotel - Emi
Repubblica - 1986
Di nuovo Alice, e questa volta vicina al suo giardino delle meraviglie. Un giardino, anzi un “parco” (il disco si intitola Park Hotel), fatto di introspezione, di spunti mistici, di ritornelli spirituali. Un luogo incantato e simbolico, che talvolta è uno scenario di natura non proprio selvaggia (altrimenti sarebbe una foresta) ma comunque distensiva, sana, talvolta è un Eden irrangiungibile, forse una felicità ideale che ci sta sempre di più sfuggendo di mano. La scuola è inequivocabilmente ancora quella di Battiato, anche se qui il guru non compare mai direttamente. Non sono sue le canzoni (al contrario del precedente disco che era interamente dedicato alle sue canzoni), nè gli arrangiamenti, ma si respira comunque un’ aria familiare agli umori del geniale canzonettista siciliano. Quello che Alice ha assorbito da Battiato è in primo luogo un certo gusto semplice e raffinato allo stesso tempo di intendere la melodia, ovvero quell’ impressione di un sentimento “colto” applicato agli schemi della canzone, la cui apparente semplicità va quindi intesa quasi come citazione di un genere, come visita guidata nel mondo delle strutture popolari. E poi sicuramente la possibilità di coniugare la disinvoltura consumistica della musica leggera con contenuti ambiziosi, anch’ essi colti, o quantomeno elevati. Park hotel è attraversato da dubbi profondi, da domande senza risposta, da spiritualismi ecologici, da percorsi conoscitivi. Peccato che, del maestro, Alice non abbia preso anche l’ ironia, unica vera grande assente di questo pregevole disco, oppure la provocatoria vocazione a mescolare in continuazione sacro e profano che spiazzava e costringeva a continui ripensamenti, e che alla fine stimolava molta curiosità anche sui temi spiritualisti che si intravedevano dietro l’ ironico assemblaggio. Alice al contrario da l’ impressione di credere un poco troppo alla criptica esotericità dei testi che canta, ed è un peccato perchè per altri versi il suo attuale lavoro dimostra grande maturità, sia nella sicura ed elegante padronanza dell’ interpretazione, sia nella realizzazione complessiva dell’ album. Così come dimostra anche una spiccata sensibilità al gusto internazionale, avvalorata dalla presenza di grandi nomi della scena rock. A suonare tutte le canzoni del disco sono infatti Tony Levin (basso), Jerry Marotta (batteria) e Phil Manzanera (chitarre), tutti ampiamente conosciuti per la loro militanza in gruppi di grande prestigio (King Crimson, Genesis o Roxy Music), più l’italiano Michele Fedrigotti alle tastiere e l’attenta e scrupolosa supervisione/produzione di Francesco Messina, già partner di Battiato in numerose occasioni. (GINO CASTALDO)